Lunedì 16 Febbraio 2026 | 00:40

Mitico Pulcinella, un po’ diavolo e un po’ fantasma

Mitico Pulcinella, un po’ diavolo e un po’ fantasma

Mitico Pulcinella, un po’ diavolo e un po’ fantasma

 
Pasquale Bellini

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Pasquale Bellini

Mitico Pulcinella, un po’ diavolo e un po’ fantasma

Immensa la sua fame: salsicce, ricotte, ruote di maccheroni non lo possono mai saziare. Per forza, è un fantasma! Anzi un’idea. Per quattro secoli, dal ‘600 in avanti fu Maschera Napoletana. O Maschera del Napoletano?

Domenica 15 Febbraio 2026, 17:16

Io Don Pulecenella Cetrulo, nato a la Cerra ‘ntra li ciucce, cresciuto e pasciuto a Nnapule ‘ntra li sartimbanche, sempre malato de mente e sempre sano de cuorpo. Così si presenta Pulcinella, confermando la sua nascita campagnola in Acerra, zona paludosa e malsana di miasmi, dalle parti del lago Averno, antica sede infernale: da lì viene fuori, con quell’aria malandata, pallida e sgraziata, con gobba dietro o anche avanti, pancia idropica, faccia deforme e scura da facchino, con il camicione bianco e la coppola in testa per reggere i pesi. Mostruoso e sgradevole, di cui ridere e farsi beffe, noialtri cittadini di Nnapule, la Dominante Capitale, della sua voce chioccia e ambigua da pullus gallinaceus, a volte maschio con fallo esibito, altre femminiello o femmina tout court, anche incinto e partoriente. Questi Ermafroditi! Silvio Fiorillo, attore campano della Commedia dell’Arte, è quello che asserisce di averlo inventato, primi decenni del ‘600, ma il Cetrulo risale anche ad antica eredità latina (il Maccus delle Atellane, sempre in Campania) a riti mediterranei di fecondità maschile-femminile, esorcismo apotropaico della morte, lui un po’ diavolo un po’ fantasma, con quella vocina ambigua…

Immensa la sua fame: salsicce, ricotte, ruote di maccheroni non lo possono mai saziare. Per forza, è un fantasma! Anzi un’idea. Per quattro secoli, dal ‘600 in avanti fu Maschera Napoletana. O Maschera del Napoletano? Turpe e osceno nei suoi inizi barocchi e secenteschi, di mano in mano Pulcinella si ingentilì di tratti esteriori e di parola, per arrivare al ‘700 quando la Napoli quasi illuminista, già borbonica, lo adottò definitivamente, accanto a San Gennaro, quale icona, sia pure comica e burlesca, di una sua eterna e immutabile “condizione umana”. 

Fra ‘600 e ‘700 anche le arti visive si impossessano di Pulcinella, addolcendone la figura nelle stampe di Callot e poi nei dipinti di Tiepolo, saranno poi autori come Francesco Cerlone, Francesco De Petris, Filippo Cammarano, Orazio Schiano, il Barone Zezza e Pasquale Altavilla che traghetteranno Pulcinella dal ‘700 in un ‘800 sempre più borghese e casalingo, senza troppe fisime ancestrali, senza eccessi e turpiloqui. Un ‘800 napoletano che nelle glorie del Teatro San Carlino addomesticò la violenza dell’antica maschera, con Antonio Petito che ne fissò a futura memoria la “divisa”: la mezza maschera nera, la maglia e le maniche rosse sotto la giubba bianca, senza gobba o altre maliziose protuberanze. Fu cosa facile per Eduardo Scarpetta, a fine secolo (ormai chiuso il San Carlino), trasformare Pulcinella contadino nel borghese cittadino, in Felice Sciosciammocca, l’azzimato damerino in cerca di fortuna (e di dote).

Nel corso del ‘900 toccherà a tre giganti della scena italiana di recitare l’epicedio dell’antico cafone, seppellendo definitivamente Pulcinella, pur rendendogli l’onore delle armi sceniche: Ettore Petrolini, Raffaele Viviani, Eduardo De Filippo, tutti e tre (ciascuno a suo modo) uccisori, affettuosamente, del fratello d’arte Pulcinella, il vecchio buffone. Ettore Petrolini, che nel 1925 interpreta un Pulcinella guardiano di donne da Petito, ne fa un lavoro di sgargiante Varietà, e in una sequenza del film Nerone (1930) coordinato da Blasetti, “ne fa un Pulcinella deserto simile a Pierrot… una maschera umana, disperata nelle sue facezie bonarie”. Così anche Raffele Viviani nel 1933 riprende un testo di Petito So muorto e m’hanno fatto tornò a nascere, titolandolo L’ombra di Pulcinella, dove in smoking tira fuori dal sipario un Pulcinella recalcitrante, lo caccia via e proclama “mancando un Pulcinella classico, se il pubblico permette, vestirò per la prima volta i suoi panni. Si capisce che sarà un Pulcinella-Viviani, o meglio un Viviani-Pulcinella”.

Buon ultimo anche Eduardo si accanisce su Pulcinella: pur rendendogli omaggio (si ricorda un documentario tv del 1973, dove con interlocutore Franco Zeffirelli spiega movenze e tratti della maschera) pur inaugurando nel 1954 con un pezzo del solito Petito, Palummella zompa e vola, il suo Teatro San Ferdinando, ecco poi nel 1958 nella commedia Il figlio di Pulcinella fa di questo “figlio” un americano di nome John, che mentre il padre Pulcinella si trattiene a filosofeggiare con la lucertola Caterinella, ripudia la “divisa” e la maschera pulcinellesca, in nome della verità, del futuro, del progresso, ecc. ecc. Via ormai la puzza e gli stracci, la merda e la “famme”, i maccheroni e le mazzate. Fine. Ad Acerra intanto, zona lago d’Averno, miasmi fetidi continuano ad aleggiare dalle acque, forme biancastre, fumose e ambigue si formano, voci chiocce si odono. “Io Don Polecenella Cetrulo, nato a la Cerra’ntra li ciuccie…”

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