«Chi pensa più al Carnevale?», scrive Calvino nel Mondo alla rovescia. Ormai nessuno si accorge se è carnevale o se siamo in quaresima, osserva lo scrittore. La letteratura, invece, non ha mai smesso di prenderlo sul serio (nemmeno quando lo considera divertentissimo).
A cominciare da Lorenzo il Magnifico che per il carnevale del 1490 compone la canzone Il Trionfo di Bacco e Arianna, che nel titolo rivela il legame con gli antichi saturnali: «Quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia! Chi vuole esser lieto, sia, di doman non c’è certezza». Ma il fatto che nella nostra società il carnevale abbia perso il valore rituale consente una presa di distanza: questa ci permette di cogliere l’esistenza di una poetica del carnevale fatta di motivi ricorrenti e simbolicamente densi.
Spensierato o malinconico, rutilante o decadente, raffinato o respingente, il carnevale in letteratura è ben più di un semplice sfondo. È uno stratagemma narrativo che, attraverso la rappresentazione di un «mondo alla rovescia», ci rivela qualcosa del mondo «diritto» (ma in cui forse non tutto va per il verso giusto).
Questo «mondo alla rovescia», come lo chiama Bachtin, è il cuore dell’universo di Rabelais, autore di Gargantua e Pantagruel (Einaudi). Lo scrittore francese mette in scena il carnevale in quanto «seconda vita del popolo, organizzata sul principio del riso»; si tratta dell’«autentica festa del tempo, del divenire, degli avvicendamenti e del rinnovamento» (Bachtin, L’opera di Rabelais e la cultura popolare, Einaudi). È un rito in cui vengono abbattute tutte le barriere insormontabili: ricchezze, età, gerarchie. È la celebrazione dell’inversione dell’ordine politico e sociale, della frenesia incontrollata e anche dell’utopia.
Eppure, nella festa del riso si insinua presto la malinconia, per esempio nelle rime di Tasso: «Riede la stagion lieta, e ‘n varie forme sotto non veri aspetti i veri amanti celan se stessi e sotto il riso i pianti». Troviamo qui il motivo della maschera, che svolge un duplice ruolo: da un lato nasconde l’identità, dall’altro rivela il doppio. «La maschera sul grugno con cui se po’ ddi la verità», dirà più tardi Gioacchino Belli.
Nel ‘700 il motivo del rovesciamento perde la sua incisività: nelle Massere di Goldoni, i padroni non sono più così propensi a stare al gioco. Negli anni del Grand Tour ha molta fortuna la descrizione del carnevale come momento pittoresco, fino a Goethe e a Mme de Staël, che raccontano i festeggiamenti a Roma. Nella Francia dell’800 esercita un grande fascino il carnevale di Venezia, si pensi alle opere di Théophile Gautier. Per il resto, alcuni temi, quali lo scambio tra le parti sociali, sono ormai eclissati. Carducci racconta un tempo carico di elementi luttuosi, mentre Cechov, nella Vigilia di Quaresima, rappresenta l’abbuffata prima del digiuno.
Nel 900, il carnevale è protagonista indiscusso delle riscritture del mito di Casanova: Casanova di Zweig (Castelvecchi), Il ritorno di Casanova di Schnitzler (Adelphi), La recita di Bolzano di Márai (Adelphi). L’ambiguità della festa allude talvolta ai conflitti interiori. «Evoè, carnevale!»: nelle prime righe del Paese del Carnevale di Amado (Garzanti), si ritrova l’antico grido di giubilo delle baccanti. La folla pigiata per le strade è pervasa da una trance collettiva. Il protagonista, appena tornato dall’Europa, riscopre l’essenza del suo paese e si lascia travolgere dall’ebbrezza. Ma dopo aver «sambato» per le strade, sente la necessità di allontanarsi da una terra che rappresenta la «vittoria degli istinti» e che, malgrado l’apparente spensieratezza, gli infonde una sensazione di «disperazione suprema».
Nel racconto di Karen Blixen (Carnevale, Adelphi, in ristampa), il «pandemonio» della festa è l’occasione per mettere a confronto due epoche, quella di broccati smaglianti e quella delle stoffe metalliche e futuristiche (quale delle due eclissi l’altra, è «una questione di gusti»). Viene descritta una società di seduttori che farebbe impallidire Sade. Una regola si impone: «la coppa dell’amore si svuota in una sola notte, e il resto è feccia» (purché non si inganni il compagno!).
E mentre Blixen concepisce inizialmente questo racconto in quanto commedia per marionette, Némirovsky scrive Il carnevale di Nizza (Adelphi) immaginando una sceneggiatura cinematografica. Come nel testo della scrittrice danese, ritroviamo un amore che vive il tempo di una parata. I due protagonisti si lasciano travolgere dall’euforia e scoprono un amore contrario alla ragione e alle convenzioni: la festa ha il compito di svelare le ipocrisie della società borghese e portare alla luce desideri rimossi. Terminate le celebrazioni, con il tradizionale rogo del Re Carnevale, resta il rimpianto di una felicità appena scorta e subito perduta. «Quest’è Bacco e Arianna, belli, e l’un dell’altro ardenti; perché ’l tempo fugge e inganna».








