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Puglia, 100 anni fa le donne
in piazza contro la guerra

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Vito Antonio Leuzzi

Venti di pace al femminile: al grido «Vogliamo i nostri uomini a casa» ed «Abbasso la guerra», le donne di numerosi paesi della Puglia cento anni fa manifestarono una palese e convinta volontà di pace.

Il diffuso malcontento femminile era legato al prolungarsi del conflitto, al generale peggioramento delle condizioni di vita, al peso delle attività lavorative nelle campagne (sostituzione degli uomini al fronte) ed alle notizie relative alle condizioni dei pugliesi prigionieri nei campi di concentramento austro- tedeschi. Tra il 1917 ed il 1918 si intensificarono le relazioni allarmate dei prefetti della Capitanata, della Terra di Bari e della Terra d’Otranto al Ministero degli interni per le esplosioni di rabbia popolare.

A Cerignola 200 donne il 14 agosto del 1917 si raccolsero nelle adiacenze degli uffici nei quali si eseguiva il pagamento dei sussidio ed iniziarono ad urlare: «No alla guerra». Alla crisi dell’approvvigionamento alimentare si aggiunsero le pesanti conseguenze di una estate arida, il cattivo raccolto e la sospensione dell’erogazione dell’acqua. In tutto il Gargano, da San Marco in Lamis a Vico del Gargano e Sannicandro, come si legge in un tele-espresso del prefetto alle autorità centrali: «Vari gruppi di donne dopo aver rifiutato il sussidio che distribuivano a famiglie di richiamati cominciarono a percorrere le vie dell’abitato invocando la pace e il ritorno dei loro congiunti dal servizio militare».

Il Comitato di difesa interna della provincia di Foggia inviò un mese dopo al Ministero della Marina una denuncia sul pericolo per tutta l’area garganica della propaganda contro la guerra che so protraeva da anni. «indisturbata da anni», affermando che esponenti socialisti avrebbero fomentato «la diserzione» convincendo le donne «a far presentare i loro mariti disertori; e che pertanto nel Gargano si avi il maggior numero di disertori che briganteggiano».

L’ondata di protesta delle donne in provincia di Bari si manifestò con intensità a Molfetta con un vero e proprio tumulto del giugno del 1917. Gaetano Salvemini, dopo aver appreso la notizia, così scriveva da Firenze a Giacinto Pannunzio: «I tumulti di Molfetta mi hanno addolorato. Ma siamo giusti dopo due anni di guerra. Noi abbiamo il dovere di stare fermi al nostro posto di combattimento... Ma le povere donne del popolo non possono fare il nostro sforzo. Soffrono da due anni per una causa che non comprendono, dolori mai visti». A Bitonto un folto gruppo di popolane protestò con veemenza nei confronti del «Comitato di beneficenza» che raccoglieva fondi destinati «a prolungare la guerra. Nonostante il tentativo di sciogliere il raduno spontaneo delle donne da parte dei carabinieri fu inutile». L’assembramento - sostenne il prefetto in una relazione - invece è aumentato a circa 500 persone in maggioranza donne.

«Popolane» infuriate scesero in piazza in tutta l’area ionico-salentina, come si evidenzia in un recente studio di Salvatore Coppola, Pane!... Pace! Il grido di proteste delle donne salentine negli anni della Grande Guerra (Giorgiani editore 2017).

A Ginosa, Laterza, Grottaglie Castellaneta e Mottola le proteste dilagarono per l’Insufficienza della razione di 200 grammi di farina. Mentre a Galatone e Gallipoli le donne chiesero con forza il ritorno dei congiunti dal fronte e dalla prigionia. Destò impressione la sollevazione tutta femminile a Corigliano d’Otranto, il 9 ed il 10 agosto per «il pane amaro» che sfociò in «una sassaiola contro il municipio»; furono tagliati anche i fili telegrafici. Nel giro di poche ore, l’intervento repressivo dell’esercito determinò l’arresto di decine di contadine, sarte, donne di casa che furono tradotte nel carcere di Galatina.

Mentre la «rivolta di Latiano» nell’area brindisina, del 29, 30 aprile e 1° maggio del 1918, ebbe una lunga coda giudiziaria per la presenza nel corso delle manifestazioni di diversi dirigenti socialisti e di esponenti delle Leghe contadine.

Processioni per la fine della guerra si svolsero in diversi paesi dell’ Alto salento tra cui Ceglie Messapica, Villa Castelli, Francavilla Fontana e a San Marzano, dove un gruppo numerose di donne che recitavano preghiere per la pace, furono tratte in arresto.

La radicale avversione alla guerra si manifestò in Capitanata anche dopo la conclusione del conflitto. Carmine Cannelonga, esponente tra i più significativi del movimento contadino pugliese del primo novecento, affermò nella sua autobiografia: «Nel novembre del 1919 in occasione della venuta di Antonio Salandra (capo del governo e responsabile della partecipazione alla guerra) a San Severo dove era stato invitato a tenere un comizio per le elezioni politiche, le forze socialiste inscenarono una manifestazione per esprimere il loro odio contro la guerra».

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