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In Puglia e Basilicata

I dati

Puglia, dopo il Covid esplode l’emergenza tumori

sanità medici salute

2,8 milioni di screening persi. Gli esperti: ora piano di emergenza

13 Maggio 2022

Roberto Calpista

Sono gli effetti collaterali, prevedibili, di un sistema sanitario già malato, dopo il colpo di grazia di due anni di pandemia. Ci sono i pronto soccorso oltre il limite del collasso, pochi medici e sempre più accessi ora che il virus - non sempre a ragione - fa meno paura. Ci sono gli interventi rinviati con le liste d’attesa che da infinite sono diventate «disperate». Ci sono gli screening saltati, per una malattia, qual è il cancro che per dirla con le parole del ministro della Salute, Roberto Speranza, «non è più invincibile, ma richiede continui investimenti in prevenzione, ricerca e rafforzamento dell’assistenza territoriale e domiciliare».

Ecco, sarebbe il caso che in attesa dei continui investimenti, almeno di cominci con «seri investimenti», dal momento che i ritardi di accesso alle prestazioni oncologiche in troppi casi c’erano prima della pandemia e che in Italia non solo manca un piano straordinario dopo il black out da Covid, ma non c’è traccia del Piano oncologico nazionale, di cui, come da tradizione, si parla da tempo.

I numeri sono da incubo: nei primi 17 mesi della pandemia sono saltati almeno 4.480.000 inviti e 2.790.000 test di screening contro il cancro, come evidenziato da Paola Mantellini, dell’Osservatorio nazionale screening, alla presentazione al Senato del «Rapporto sulla condizione assistenziale del malato oncologico», a cura della federazione delle associazioni di volontariato in oncologia.

La mancanza di risorse e una carente organizzazione «sono il problema critico che affligge da sempre gli screening organizzati e questo è, forse, più evidente nelle Regioni del Sud», aggiunge la Mantellini. Ma non sono l’unico problema. Un’ulteriore sfida è rappresentata dall’oncologia territoriale. E qui il Sud paga un prezzo altissimo, anche economico a causa dei viaggi della speranza verso le «solite» strutture iperspecialistiche del centro-nord. «Come ha insegnato anche il Covid - osserva Luigi Cavanna, presidente del collegio primari oncologi ospedalieri (Cipomo) - curare i pazienti a casa significa ridurre le probabilità di contagio intra ospedaliero, migliorare la loro qualità di vita, ridurre i costi umani e sociali della malattia». Se il territorio non funziona, inoltre, sottolinea Paola Varese, direttore scientifico Favo, «i malati che hanno un aggravamento dei sintomi si rivolgono al Pronto soccorso, con evidenti ricadute cliniche e organizzative». In altre parole una fotografia precisa di quanto accade in tantissime regioni, con in testa il Mezzogiorno.

Un altro problema che penalizza i malati è la «strana» difficoltà nella creazione di Reti oncologiche nazionali: «sono le strutture sanitarie migliori per la gestione del paziente - sottolinea Saverio Cinieri, presidente dell’associazione italiana oncologia medica (Aiom) - in quanto riescono ad integrare perfettamente i servizi ospedalieri e quelli territoriali. Alcune Reti hanno avviato un percorso virtuoso, ma altre sono indietro e incrementano diseguaglianze inaccettabili».

In pratica la pandemia «ha rappresentato uno tsunami per i malati di cancro ed ha portato allo scoperto i deficit strutturali e le contraddizioni - spesso già note e vissute sulla propria pelle da ammalati e familiari - del servizio sanitario nazionale, che hanno aggravato la crisi del sistema». La «Favo» invoca con «urgenza» il «piano straordinario di recupero per l’Oncologia», i politici, con il ministro Speranza in testa e, da ieri, i senatori presenti all’incontro, conoscono il problema. Ora devono semplicemente darsi da fare.

Ogni anno in Italia ci sono circa 377.000 nuovi casi di tumori e sono oltre 3.600.000 le persone che convivono con una diagnosi di cancro. Si stima che entro il 2035 il numero di vite perse a causa delle patologie oncologiche aumenterà di oltre il 24% facendo del cancro la prima causa di morte nella Ue per i ritardi nella diagnosi, nell’inizio delle terapie, lo slittamento di interventi e per le disparità presenti tra diverse aree geografiche.

Piccolo particolare, i fondi per invertire la rotta ci sarebbero, con i 4 miliardi per il piano europeo di lotta contro il cancro; i 625 milioni del piano operativo nazionale per la sanità del Mezzogiorno; i finanziamenti previsti dalla Missione 6 del Pnrr (15,6 miliardi) e un miliardo di stanziamenti per il recupero delle liste di attesa.

C’è però un problema nel problema: «I cervelli fuggono dal nostro Paese, mentre i laboratori negli Usa sono pieni di italiani, perché la nostra ricerca sconta lo scarso sostegno da parte dello Stato. Basti pensare che noi spendiamo in ricerca circa l’1,25% del pil, un quarto di quello che investe la Germania». E se fuggono i cervelli, chi resta?

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