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In Puglia e Basilicata

La testimonianza

I pugliesi in Crimea: «Abbiamo paura, ma Roma ci ignora»

Quei pugliesi emigrati in Crimea, furono veri costruttori di pace

foto d'archivio

La bitontina Boico: «Fatichiamo anche a ottenere il visto per visitare i parenti malati»

23 Febbraio 2022

Leonardo Petrocelli

«Ho sentito dai miei nonni che esiste quella terra unica e dolce che ci aspetta, che è simile alla Crimea per lo splendore del sole e del mare, ma là crescono tanti ulivi e ci sono le case rotonde». Ha contorni struggenti da terra promessa la Puglia «accarezzata» da Giulia Giacchetti Boico. La sua famiglia ha origini bitontine e tranesi ma la sua casa è la città di Kerch in Crimea - martoriata penisola che si affaccia sul Mar Nero - lì dove ha raccolto gli emigrati italiani sotto le insegne dell’associazione «Cerkio» di cui è presidentessa.

Italiani, certo, ma in buona parte pugliesi poiché la prima robusta stratificazione dell’attuale comunità tricolore (circa cinquecento persone) si deve all’avventurismo di pescatori di Bisceglie, Molfetta e Trani che, spinti dall’indigenza, scelsero nell’Ottocento come approdo quella terra lontana e da secoli meta di mercanti. Un luogo dove ricostruire e ricostrurisi in una epopea poi falcidiata dalle deportazioni sovietiche del 1917 e del 1942.

Oggi la Crimea è penisola contesa da anni fra russi e ucraini. Una sorta di «anticipazione incarnata» del conflitto in scena in questi gironi. Nel 2014, infatti, un referendum sancì a furor di popolo l’annessione della Crimea alla Federazione Russa ma il territorio, pur come Repubblica autonoma, continua ad appartenere «de iure» all’Ucraina, spalleggiata dall’intero blocco occidentale che non riconobbe la consultazione. Inutile, però - nonostante si definiscano cittadini di Mosca -, chiedere a Boico se lei e i suoi tifino per l’uno o per l’altro («simpatizziamo per chi soffre») o se si sentano più ucraini o più russi: «Ci sentiamo italiani» è la risposta tranciante che sbatte però contro la reticenza di Roma anche solo nel rilevare l’esistenza della comunità in Crimea. Boico tira dritto: «Per le autorità italiane siamo invisibili. Per esempio - racconta - quest’anno abbiamo celebrato la Giornata del Ricordo delle vittime italiane delle deportazioni per motivi etnici e politici. Abbiamo sollecitato l’ambasciata ma non hanno trovato nemmeno il coraggio di inviarci qualche parola di solidarietà. È vergognoso». Se questa è la premessa si può immaginare quale sia la reazione alle domanda seguente: se il conflitto dovesse esplodere, avete mai pensato di ritornare in Puglia? Vi aspettate una mano tesa da Roma? Risposta: «Eh, che domanda! È difficile anche solo ricevere un visto per visitare i parenti malati in Italia. Le autorità italiane non ci riconoscono e non prendono in considerazione la nostra esistenza. Se hanno dei problemi con Putin non è giusto che se la prendano con noi».

Una reticenza tanto più grave in un momento come questo. La Crimea, dove pure qualche manovra è in corso, per ora non vede bombe e colpi di mortaio ma cresce la paura per l’immediato futuro. Mentre si è appena attenuata quella per gli «italiani fratelli» che dal Donbass hanno riparato in Russia o hanno trovato, in qualche modo, la via di Roma. Si prega, e tanto, nell’unica chiesa cattolica di Kerch, trasformata dai sovietici in una palestra e restituita alla sua originaria funzione solo nel 1992 . Nel frattempo molti italiani sono diventati ortodossi o protestanti ma la «meta» spirituale è la stessa. Così come gli stessi sono i ricordi che si affastellano: «I miei nonni - ricorda Boico - parlavano fra loro in dialetto. Una lingua segreta che noi bambini non conoscevamo perché le fiabe e le storie delle nostre origini ci venivano comunicate in russo. Ma quando una canzone italiana passava in radio era una come una lettera spedita a tutti noi». Frammenti, ricordi, sensazioni. E con la testa girata verso quella terra dove, ad aspettarli, ci sono ancora gli ulivi e le case rotonde.

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