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In Puglia e Basilicata

Bombe e morti

Conflitto israelopalestinese, dalla Puglia istanze di pace

Conflitto israelopalestinese,  dalla Puglia istanze di pace

Il console De Santis: il dialogo è cruciale

21 Maggio 2021

Marisa Ingrosso

Bari - Le scosse di dolore del conflitto israelopalestinese s’allungano fino in Italia, in Puglia, e agitano le esistenze di persone e comunità che, qui, vivono da sempre e che, con tutti i distinguo, la diversità di vissuto e vedute, portano nel cuore un'unica istanza di pace. Pace vera, pace libera dal giogo di ogni estremismo.

Taysir Hasan, originario di Hableh (in provincia di Nablus in Palestina) e barese di adozione, oltre che cittadino italiano, ha vergato la «lettera aperta della Comunità Palestinese di Puglia e Basilicata sugli ultimi eventi in Palestina» giunta ieri in redazione. Annunciando per oggi un presidio davanti all’Ordine dei giornalisti di Bari e davanti alla sede della Rai regionale, si spiega che l’obiettivo è far sentire il grido di dolore dei palestinesi che «sono soli, soli, abbandonati da tutti i Paesi e dai media» ma «come dimostrano le tante marce di solidarietà che si stanno svolgendo in ogni parte del mondo, sostenuti dalla gente, dai popoli».

L’aspirazione alla pace per quella terra splendida e martoriata e l’aspirazione che la comunità internazionale (grande sconfitta di questa ultima battaglia sanguinosa) ritrovi stabilmente visione e impegno diplomatico, batte nel petto anche del console onorario d’Israele di Puglia-Basilicata-Molise, il barese Luigi De Santis: «Tutte le potenze mondiali dovrebbe interessarsene sempre e quotidianamente per trovare una soluzione e non in una fase di conflitto, quando gli animi sono caldi... Le vere potenze dovrebbero parlarne ogni giorno (del tema dei Territori palestinesi e di Israele; ndr) e non ricordarsene solo per opportunità politica, quando scoppia il putiferio».

«Il mio appello anche alle comunità locali – dice il console - è al dialogo. Oltre al conflitto, questo conflitto genera micro-conflitti in giro per il mondo e siccome l'obiettivo comune è quello della pace, della coesistenza pacifica tra arabi e israeliani, e io sono il primo supporter, ci tengo a sottolineare tutta la mia propensione al dialogo, ciascuno con i proprio ruoli. La distensione di quell'area passa anche, in minima parte, dalla distensione della contrapposizione in giro per il mondo. Perché poi ci si ci polarizza tutti, mentre dovremmo lavorare tutti anche in Italia, in Puglia, a una comprensione reciproca e avere insieme una coesistenza. Poi la formula la troveranno sul posto. Anche perché, ricordo, Israele è un grande Paese democratico».
«Sì al dialogo – dice Taysir Hasan – ma Israele rispetti gli accordi di pace. E sia chiaro che i palestinesi non sono disposti a ripetere ciò che accadde nel ‘48 e nel ‘67. Ora non sono più disposti a fare i profughi. “Di qui non ce ne andiamo”».
Entrambi, riconoscono che questo conflitto ha alcuni aspetti prospettici inquietanti. Il rischio è che si rafforzino politicamente gli attori più estremisti.

Per il console De Santis «Hamas, un gruppo terroristico, fa più male che bene alla causa dei palestinesi». E Hasan spiega però che «i palestinesi sono soli abbandonati dalla comunità internazionale. Se hai tutto distrutto attorno a te e c’è chi ti offre aiuto, anche se si chiama Hamas, tu accetti perché devi attaccarti a qualcosa per sopravvivere». Del resto, sottolinea «sono stati gli israeliani a indebolire in ogni modo l’Autorità palestinese, l’Olp. E l’unico con il quale c’era uno spiraglio, Rabin (il premier Yitzhak Rabin fu assassinato il 4 novembre 1995 aTel Aviv; ndr) l’hanno ucciso».

Ma il conflitto non è solo un campo di battaglia e un campo largo, geopolitico. È anche un fatto personale. Si paga un prezzo. «Io ho avuto minacce – dice De Santis – anche perché ebreo, e io non lo sono. Ho avuto biglietti incendiari. E ora, su Facebook, messaggi pesanti. In virtù di cosa? Di quello che rappresento? Non sono così di primo pelo da non aspettarmelo, ma è lo specchio della contrapposizione ideologica che c'è, a prescindere e allora, anche in Puglia, cerchiamo di avere confronto. Il bene comune è “tutti in pace”».

Il rappresentante della Comunità palestinese spiega che sul suo passaporto italiano c’è un bollo, in ebraico, è bollato come palestinese e, quindi, gli è proibito usarlo quando va in Israele. «Un turista italiano può muoversi da una città all'altra, io, pur cittadino italiano, devo essere autorizzato perché nato palestinese. Per andare a Gerusalemme, poi, devo essere autorizzato dai servizi segreti e chiedere l’autorizzazione giorni prima. Ma dirò di più, una volta hanno impedito a mia moglie, che è italiana, barese, di varcare la frontiera perché sposata a un palestinese. Capite? Noi vogliamo il nostro Stato, con i nostri confini e vogliamo che Israele dica quali sono i suoi di confini. C’è bisogno di arbitro».
Intervistati separatamente, i due interlocutori, offrono spunti di comprensione e informazione preziosi. Sul dialogo si costruiscono i ponti.

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