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Le reazioni

SuperLega, Ventura e la versione romantica del pallone: «È una follia, profonda tristezza»

Ventura non è più il ct azzurro Tavecchio è ancora presidente

20 Aprile 2021

Davide Lattanzi

«È una follia, provo profonda tristezza». Da tecnico vincente e di lungo corso, da ex ct della nazionale italiana, ma soprattutto da profondo innamorato del calcio, Giampiero Ventura reagisce così alla «rivoluzione» paventata dal progetto della Superlega. Dal tono delle sue parole emerge tutta l’amarezza per un attentato al calcio più genuino. Quello che l’allenatore genovese ha respirato a pieni polmoni negli anni della dura gavetta trascorsa tra Albenga, Rapallo, Entella e Spezia, o nelle prime imprese come la doppia promozione del Lecce dalla C alla A, o del Cagliari, condotto dalla B alla massima categoria, fino agli exploit contraddistinti dallo storico decimo posto del Bari sul palcoscenico più prestigioso o a Torino, non solo riportato nel paradiso del calcio italiano, ma reso protagonista anche in Europa. Alla panchina azzurra, il mister ligure è arrivato sfidando e battendo le big, assaporando quelle emozioni uniche che oggi sembrano maledettamente in pericolo.

«Ho letto da più parti che potrebbe morire il calcio che abbiamo sempre amato e conosciuto: ecco, penso che questa sia la definizione più azzeccata in assoluto».

Ha definito «una follia» il progetto Superlega: che cosa l’ha colpita di più dello tsunami sportivo delle ultime ore?

«È una follia uccidere l’essenza dello sport, non solo del calcio. È una follia uccidere la passione della gente, è una follia sacrificare generazioni di valori per il denaro. Il momento è complicato, comprendo l’esigenza di generare nuove risorse, ma questo è un blitz in piena regola ad un sistema che ha sempre vissuto su altre prerogative. La meritocrazia nello sport è tutto: il calcio non può diventare il salotto buono di pochi eletti. La vera sfida è battere chi è più forte, infiammare la gente con qualcosa da raccontare. Ma così, tutto verrebbe spazzato via».

Eppure, c’è chi sembra intenzionato a finanziare il progetto con vagonate di miliardi.

«Non lo metto in dubbio, ma siamo sicuri che l’investimento sarebbe giustificato? I sostenitori delle big sono forse in maggioranza rispetto a tutti gli altri tifosi del mondo? Siamo sicuri che vedere Real Madrid-Liverpool in mille versioni diverse conquisti l’attenzione generale? Non sarebbe meglio chiedersi perché restano immortali lo scudetto del Cagliari o del Verona o della Sampdoria o le gesta del Napoli di Maradona? Se al calcio si tolgono il campanile e l’imprevedibilità, lo abbiamo ucciso: non trovo altre parole».

Come valuta le azioni delle grandi istituzioni del calcio?

«Ne apprezzo l’unità: nel frangente più delicato prendere una linea unitaria è l’unica via. Condivido anche le sanzioni prospettate da Fifa, Uefa e Federazioni: chi si presta a questa avidità, va escluso dal resto delle competizioni».

È stato allenatore e selezionatore: ha pensato come stiano reagendo i calciatori a questa prospettiva?

«Penso che la vicenda sia un po’ passata sopra le loro teste, ma è scontato che così si crea una crisi sia nei campioni, sia nei giovani. Come può un calciatore rinunciare a priori a giocare un mondiale, a vestire la maglia della sua nazionale? Si distruggerebbero i sogni di qualsiasi bambino che si avvicina al calcio».

Pensa che ci siano margini per tornare indietro?

«Spero con tutto il cuore che chi ha dato vita a questa idea possa rinsavire. Ma devo anche ammettere di non essere ottimista. Ho sentito parlare di una sorta di ricatto morale per ottenere maggiori tutele. Una teoria plausibile, ma mi chiedo: le società si sarebbero esposte a tal punto pur di modificare qualche regola nelle grandi competizioni europee? No, tempo che il processo di ricucitura sia molto complicato».

Si cominciava a parlare di riaperture degli stadi: avevamo proprio bisogno di quest’altra «tegola»?

«Penso che ancora non sia chiaro quanto sta avvenendo e quanto sarà difficile uscirne. Dovevamo aiutare proprio i club in difficoltà, lavorare sulle riforme per generare un calcio più vero e a misura della gente. Invece, stiamo creando un’élite. Non ho parole».

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