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Parla l'ex presidente della Camera: «Troppi partiti nel Governo? Conta il senso di responsabilità»

La giustizia: «I magistrati devono impegnarsi a ricostruire una reputazione lesa»

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Luciano Violante, già presidente della Camera dei Deputati e della Commissione Parlamentare Antimafia, oggi alla guida della Fondazione «Leonardo» e in libreria con il recente volume Insegna Creonte. Tre errori nell’esercizio del potere (Il Mulino 2021), il governo Draghi è ormai a ranghi completi. Che impressione ha della nuova compagine?
«È troppo presto. L’impressione è certamente positiva ma le impressioni non bastano, bisogna guardare in concreto a cosa il governo riuscirà effettivamente a fare»

Il nodo è l’ampiezza della maggioranza da Leu alla Lega. Un punto di forza o di debolezza?
«Secondo me non è questione di estensione della maggioranza. Il punto è la responsabilità delle persone. Pensiamo a quello che è successo nella prima Repubblica con governi che duravano un anno: anche maggioranze molto omogenee non sono riuscite a convivere. Quindi non è tanto questo. Il punto è la responsabilità, non l’omogeneità».

I partiti non si sono quasi mai dimostrati campioni di responsabilità. È l’emergenza che dovrebbe indurli ad ammorbidirsi?
«Non so se siano disposti ad ammorbidirsi anche se lo stato di necessità a volte induce a fare certe scelte. Ma penso che dopo il discorso del presidente della Repubblica è evidente che non ci si potesse sottrarre a quel tipo di appello e di analisi della situazione. Il punto di svolta si è concretizzato lì».

Il problema è che bisognerà fare le riforme per accadere ai fondi Ue. Basterà la responsabilità per mettersi d’accordo?
«I veri nemici di Draghi sono le corporazioni e le procedure in particolare quelle indifferenti al risultato. Le procedure devono servire a raggiungere un risultato non a tenere le carte ben messe in ordine sul tavolo. Quindi bisogna superare un’idea puramente giuridica delle stesse in favore di una visione più economica, più ingegneristica fondata sull’obiettivo da raggiungere».

Capitolo Giustizia. I due nuovi sottosegretari, la 5 Stelle Anna Macina e l’azzurro Francesco Paolo Sisto (legale di Berlusconi), a parte la comune origine barese, sembrano agli antipodi per idee e visione. Si rischia la palude?
«Non conosco la sottosegretaria del M5S, ma conosco bene l’onorevole Sisto che è persona seria e certamente farà valere la competenza tecnica e l’esperienza politica anche in questo ruolo».

Se uno degli avvocati di Silvio Berlusconi diventa sottosegretario vuol dire che è cambiato qualcosa, anche culturalmente, in questo Paese?
«C’è stato già Giovanni Maria Flick, ministro della Giustizia e avvocato di Romano Prodi».

Converrà che non è proprio la stessa cosa....
«Se uno è bravo e serio non serve altro. E poi le persone in politica si giudicano sempre dai risultati».

Proprio la riforma della giustizia sarà uno dei passaggi chiave: dove mettere mano innanzitutto?
«Il vero punto di partenza è l’analisi dello stato delle cose. Bisogna fare una mappatura reale sia nel civile che nel penale: ci sono tribunali che funzionano benissimo e tribunali che funzionano malissimo a parità di normativa. E quindi tante volte il problema è nell’efficienza, nei mezzi, nel personale. A che ora si inizia a lavorare? A che ora si finisce? Poi si stabilisce cosa fare. Ma cambiare le norme senza valutare la situazione reale è un gravissimo errore. La competenza e l’equilibrio del nuovo ministro, Marta Cartabia, sono una garanzia».

Dopo gli ultimi accadimenti, c’è poi un problema di credibilità della magistratura, al di là delle riforme.
«Devono essere, innanzitutto, i magistrati con la loro capacità operativa, la serietà, il rigore a ricostruire una reputazione che è un po’ lesa».

Ci voleva Luca Palamara per aprire il vaso di Pandora?
«Guardi, Palamara ha messo in chiaro una situazione conosciuta da tutti e denunciata da molti nella stessa magistratura e che però è stata lasciata andare. Io credo che ci sia bisogno di interventi un po’ radicali, almeno due».

Il primo?
«Il vicepresidente del Csm, a mio avviso, deve essere nominato dal Capo dello Stato, non eletto. Perché altrimenti il primo giorno di lavoro è già una negoziazione con le correnti della magistratura.
E ancora: la Costituzione non dice che scade il Csm, dice che i consiglieri durano in carica 4 anni. E quindi è possibile fare a rotazione. Basta applicare la legge. Questo cosa comporta? La sedimentazione delle prassi e delle competenze. Perché adesso quando arrivano tutti insieme i magistrati sanno tutto, i laici non sanno niente e ci mettono un anno per capire dove si trovano. Nel frattempo, in quell’anno, la magistratura ha già sistemato ogni cosa».

Il secondo punto?
«Ci vuole un corpo di funzionari del Csm. I magistrati devono stare negli uffici giudiziari non al Consiglio superiore»

Chiudiamo sul Mezzogiorno. Da dove immaginare un rilancio?
«In realtà, ci sono i Mezzogiorno. Non sono d’accordo con l’etichetta unitaria semplicemente perché non esiste. La Puglia è diversa dalla Calabria e dalla Sicilia. Così come la provincia di Napoli è diversa da quella di Salerno. Il Sud è migliore dove c’è una maggiore attività della società. Pecco di patriottismo ma rilevo che in Puglia ci sono un dinamismo economico rilevante e una modernità industriale significativa. Tutto questo è positivo. Deve essere innanzitutto il Sud a darsi da fare per cambiare passo. Si dice che i politici non sono all’altezza. Ma chi li ha votati? Siamo sempre lì. In tutto ci vuole senso di responsabilità».

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