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foto Luca Turi

La cessione del palazzo romano di via delle Muratte è l’operazione centrale di quella che la Procura di Bari considera la svendita del patrimonio delle società di Vito Fusillo, fallite con un buco da oltre 400 milioni che ha trascinato con sé anche la PopBari. Ma ce n’è un’altra che la Finanza ritiene una sorta di prova generale del sistema che ha portato il procuratore aggiunto Roberto Rossi e il pm Lanfranco Marazia a contestare la bancarotta fraudolenta ai Fusillo e agli Jacobini, Marco e Gianluca, ex vertici della banca recentemente passata al Mediocredito: la vendita di Palazzo Barone Ferrara.
Le nuove carte depositate al Riesame e i contenuti dell’azione di responsabilità avviata dai commissari della PopBari contro gli ex vertici consentono di ricostruire meglio la storia dell’immobile, un palazzo ottocentesco nel cuore di Bari che fino a un anno fa ospitava la sede di BancApulia e nel 2013 è stato ceduto dalla Maiora di Fusillo al gruppo romano Cieri-Pulcini. Un’operazione da 21,5 milioni, che i costruttori romani, zio e nipote, hanno potuto effettuare quasi interamente con i soldi della Popolare.

A dicembre 2013, infatti, la PopBari ha concesso loro un mutuo di tre anni da 20 milioni con rimborso «bullet» (in unica soluzione) alla scadenza. Un’altra operazione che non si spiega, se non - secondo gli atti alla base dell’azione di responsabilità - «venendo imprudentemente incontro all’esigenza dell’imprenditore interessato ad attenuare i propri rischi attendendo il decorso del tempo necessario alla valorizzazione dell’immobile e alla sua reimmissione sul mercato con successiva valutazione circa l’opportunità di procedere all’estinzione del mutuo ovvero alla sua rinegoziazione coerente con i flussi rivenienti dalla locazione dell’immobile».
È infatti finita che BancApulia, assorbita da Intesa, ha lasciato vuoti gli uffici facendo venire meno il canone. E il mutuo non è stato rimborsato se non per 2,5 milioni, peraltro attraverso un altro finanziamento che la Popolare aveva concesso ad un’altra società del gruppo Ecofin che fa capo ai costruttori romani. Ed è ancora più interessante una lettera di contestazione che i Pulcini mandano alla banca il 2 marzo 2020, dopo non aver pagato due rate di interessi del mutuo nel frattempo prorogato. I costruttori dichiarano infatti di aver comprato il palazzo «al solo fine di “accontentare la Banca... non avendo mai conosciuto né venditore né immobile”», e contestano alla Popolare di non aver onorato l’accordo che prevedeva il riacquisto dell’immobile «entro tre anni “per un importo non inferiore a 25 milioni di euro …”», e ancora di essere stati costretti - tramite Ecofin - ad acquistare azioni della banca (oggi carta straccia) per ottenere finanziamenti.
L’ipotesi che Palazzo Barone Ferrara potesse diventare un’altra sede della Popolare di Bari risulta effettivamente agli atti. A bloccarla, nelle sedute tra agosto e settembre 2019, fu il cda guidato dal professor Gianvito Giannelli in cui numerosi furono i dubbi sull’operazione: lo racconta, negli interrogatori resi alla Procura, anche il venditore Vito Fusillo che peraltro sul palazzo porterà a casa una cospicua plusvalenza di oltre 17 milioni di euro. Gli atti predisposti dai commissari Blandini e Ajello concordano con le conclusioni della Finanza sul fine ultimo della vendita dell’immobile: cominciare a diminuire l’esposizione a carico del gruppo Maiora di Vito Fusillo, spostandola su altri imprenditori. A tutti i costi: tanto che il mutuo per l’acquisto (ipotecario, dunque senza il limite dell’80% previsto per quello fondiario) viene erogato ai Cieri-Pulcini in 11 giorni di calendario (richiesta il 3 dicembre, delibera del 14), a una società con 10mila euro di capitale che avrebbe dovuto apportare mezzi propri per 3 milioni di euro. E che invece si limiterà a postergare un finanziamento già effettuato.

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