Mercoledì 30 Settembre 2020 | 05:27

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L'INTERVISTA

L'economista Rossi: «Politica debole e troppi rinvii, l'inverno post-Covid sarà duro»

L’Italia avrà più difficoltà di altri Paesi a uscire dalla crisi e i fondi Ue rischiano di diventare una spesa elettorale

Politica debole e troppi rinvii, l'inverno post covid sarà duro

Cosa attende il Paese oltre l’estate della ripartenza? Con l’economista liberale Nicola Rossi inauguriamo oggi un ciclo di interviste ad accademici, intellettuali e tecnici per analizzare il futuro, finanziario e politico, di un’Italia ferita da pandemia e recessione.

Professor Rossi per molti l’estate che stiamo attraversando è una sorta di «quiete prima della tempesta». Prima, cioè, che si manifestino i veri disastri innescati dalla pandemia. Concorda con questa analisi?

«Sostanzialmente sì, mi sembra ragionevole, anche se non parlerei propriamente di quiete. Turismo e ristorazione stanno già accusando il colpo e questo fa presagire un finale di anno molto complicato».

In termini economici qual è il problema?

«Il Governo è intervenuto principalmente attraverso dei rinvii. Rinvii delle scadenze fiscali, di quelle bancarie, poi il blocco dei licenziamenti. Sostanzialmente abbiamo spostato il problema di sei mesi in avanti, sperando che poi le cose possano volgere al meglio».

Dal suo tono si intuisce che così non sarà...

«Il rinvio innesca sempre un meccanismo di incertezza che induce le famiglie a risparmiare e le imprese a non spendere. Altri Paesi hanno agito in maniera diversa con interventi diretti nell’economia. Ma la mole debitoria italiana ci impedisce di farlo. L’uscita dalla crisi sarà più complicata».

Il Governo, però, intende «rilanciare» con il dl Agosto. Per il Sud si pensa alla fiscalità di vantaggio. Un a buona idea?

«Il problema è che un minuto dopo aver toccato il tema spunta il solito ritornello: è giusto ridurre gli oneri contributivi alle imprese che si comportano in una certa maniera?».

Ed è sbagliato?

«Sì, perché le istituzioni, e questo Governo in particolare, presumono di sapere sempre meglio di noi cosa bisognerebbe fare. Così però non si va da nessuna parte».

Quindi niente fiscalità di vantaggio?

«Bisognerebbe, più che altro, riconoscere la “diversità” del Sud e quindi adeguare il trattamento fiscale ad esempio legando l’aliquota dell’imposta sulle società alla carenza infrastrutturale. Mancano ponti, strade e stazioni? Allora riduciamo l’aliquota per chi investe lì. Pareggiato il gap infrastrutturale si tornerebbe ad alzare la tassazione. Sarebbe una soluzione sana».

E i consumi? Si pensa a bonus ed incentivi...

«Il nemico dei consumi è l’incertezza e l’esecutivo ne produce moltissima. Poca chiarezza, troppa litigiosità, idee e strategie eterogenee».

L’ha invece convinta il modo in cui il premier Conte ha condotto la trattativa in Europa?

«L’accordo è di certo un passo in avanti per l’Ue sia perché si inizia a intravedere una forma di debito comune e sia perché sono stati fatti dei passi in avanti sulla cessione di sovranità fiscale. Due ottime notizie sulla strada dell’Unione».

L’Europa può stappare lo champagne, è chiaro. Ma l’Italia?

«Raffreddiamo gli entusiasmi. Al netto dei costi, i miliardi in arrivo non sono 209 ma 40 o 50. Basterebbe portare lo spread a livello spagnolo per guadagnarne la metà in dieci anni. E senza nessuna condizionalità. Mentre, invece, il piano Next generation di condizionalità ne prevede e anche tante».

Glielo chiedo brutalmente: l’Europa si mangerà quel che resta del nostro welfare imponendo tagli e riforme lacrime e sangue?

«L’Europa ci chiede programmi di spesa chiari, realizzabili, scadenzati nel tempo e utili per il Paese».

Detta così, non ci torceranno un capello. Ma siamo sicuri?

«Guardi, di certo la prima cosa che salterà è quota 100. Ma quella per me non è welfare, è solo una riforma sbagliata. E comunque sia l’idea che ci possano arrivare soldi senza condizioni è una pretesa assurda e tutta italiana».

Ma se il piano Next Generation è stato accettato pur con tutti i vicoli del caso, perché tante storie sul Mes?

«È un classico italiano: sei all’opposizione e dici cose avventate. Poi qualcuno ti manda al governo e non puoi rimangiartele. Il M5S è vittima di questo schema».

E chiudiamo proprio sulla politica. Dal suo punto di vista, sarà all’altezza delle sfide che la attendono?

«L’Italia è un Paese in cui non si fanno nemmeno le riforme a costo zero perché la politica è troppo debole. Quindi, di base, c’è un problema strutturale. E poi c’è un altro guaio».

E sarebbe?

«I fondi non arriveranno prima del 2021 e nel 2023 ci saranno le elezioni. La possibilità che tutto si trasformi in una spesa a carattere elettorale è molto alta. È un pericolo devastante. Dovremmo pensare alle prossime generazioni e invece finiremo per pensare alle prossime elezioni»

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