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Buongiorno, parlo con Simeone Di Cagno Abbrescia sindaco di Bari?

«E… Eh eh eh, veramente è un incarico che non rivesto più da tempo però in un certo senso mi ci ritrovo. Chiunque sia stato primo cittadino resta tale tutta la vita».

Fu peraltro una stagione esaltante, dall’anno 1995 dell’Impero Tatarelliano al ’99, poi riconfermato e in carica fino al 2004.

«È stata la fase più felice e rilevante della mia carriera politica. Anche il passaggio alla Camera, o il mio ruolo attuale di presidente dell’Acquedotto pugliese non li posso paragonare a una presa in carico che ha segnato, credo in bene, la realtà del capoluogo».

Beh, signor sindaco, in effetti lei è stato un sindaco molto valido. A ripensarci, si può dire che è nato tutto da lì.

«Il mio mandato, anche per le condizioni in cui mi sono trovato a operare, ha portato elementi di novità. Sono stato il primo sindaco eletto dal popolo e tutti i sindaci così designati vengono motivati da forte responsabilità. Le cose cambiano parecchio, mi creda. In ogni città, in ogni paesino».

Di Antonio Decaro che pensa?

«Anche lui è animato da grande volontà. Anche lui proviene da una elezione di primo grado, che reputo giovi anche in altre cariche. Io ho aperto la strada nella convinzione che la buona amministrazione non può essere né di sinistra né di destra».

Difatti la sua formula è stata il non essere dogmatico. Poche, enormi opere consone al contesto, che hanno cambiato veramente Bari, dalle spiagge comunali Pane e Pomodoro e Torre Quetta, alle piazze nobili del borgo storico, la Muraglia e via elencando. Senza imporre schemi europeistici e decontestualizzati che magari, nel concreto, arrecano nocumento alla cittadinanza.

«Bari era Scippolandia, la zona antica un ammasso di pattume, auto, gruppi delinquenziali».

Lo stesso turismo, che oggi dilaga in ogni centro non squallido grazie ai voli e alla mania per la pugliesità, non avrebbe potuto espandersi se la zona con appeal non fosse stata risanata.

«Piovve su Bari la grande occasione dei Giochi del Mediterraneo. Dal che si incluse anche lo Stadio della Vittoria allora devastato, l’ex Gil diroccata, il palazzo per la pallanuoto. Gli stessi lidi nacquero dall’occasione del percorso in canoa: tante gare senza impianti. Visitavo i cantieri una volta al giorno. Talvolta minacciato dalle donne dei bassi disturbate dalle polveri. Finché portai dalla mia parte la più violenta mostrandole che dal suo tubo ridotto a cemento nudo adesso sgorgava acqua protetta da una condotta sana».

Un altoborghese di formazione cosmopolita a braccetto con troglos dalle tasche desolate.

«Le sembrerà strano ma così avvenne».

Tuttavia l’opposizione le rimproverava di riservare nel ruolo pubblico attenzione alle sue proprietà. Nel 2009 la visura degli immobili contava 72 pagine.

È un dato sovradimensionato, quei fogli comprendevano anche proprietà condivise o indivise. E poi tutto ha giovato alla città. Quando volevano rimodernare l’aeroporto in modo parcellare mi opposi: Bari doveva avere l’aerostazione che, in prospettiva, necessitava. Beccai l’allora ministro dei Trasporti Claudio Burlando all’atterraggio, lo portai su in torre di controllo e lo convinsi che le mie prospettive non erano megalomanie».

Pure in queste settimane però, da sinistra e poi da destra, le hanno contestato di aver dato priorità ad allacci idrici meno urgenti perché ne giova una sua proprietà zona Fasano.

«Mi pare una caduta di stile questa polemica. Non ho neppure intervento diretto».

Quanti immobili possiede? Oltre mille?

«Non li ho mai contati, con lei non mi va di essere impreciso».

In ogni caso, non tutta la farina piovuta su Bari venne dal suo sacco. Aveva accanto a sé non un vicesindaco nominale, bensì una presenza impagabile.

«Ha ragione. Mario Carrieri, avvocato, venuto purtroppo a mancare circa sette anni fa, è stato il secondo sindaco. Sindaci eravamo in due: io e Mario. Senza il suo apporto mai avrei realizzato ciò che spero di avere lasciato. Erano amiche già le nostre rispettive famiglie, immagini. Lui amava Bari. Per dirne una: grazie alla sua intuizione su un cavillo legale realizzammo ciò che per tutti era irrealizzabile, la Pep, zona artigianale, Santa Caterina, 110 aziende. Tanto che credo sia doveroso intitolare quella realtà a Mario Carrieri».

Lei segnò, assieme ai comprimari, l’era trionfale del centrodestra.

«Giuseppe Tatarella mi chiamò da parte e disse: che vuoi fare? Sindaco? Regione? Provincia? Io: fammi pensare. Lui andò dalla moglie, Angiola Filipponio, e disse: mah, Simeone non sa che pesci pigliare. Lo richiamai: ho deciso, sindaco. Per cui andammo a casa di Franco Sorrentino buonanima e Pinuccio mise tutto a posto, Sorrentino alla Provincia, non più sindaco, e alla Regione Salvatore Distaso».

E ora è finito in braccio a Michele Emiliano.

«Non mi sono mai schierato con un partito».

Lei ha aderito fin dalla fondazione a Forza Italia. È stato eletto dal centrodestra alla Camera nel 2006 e riconfermato in quota Popolo delle libertà.

«Io credo solo negli obiettivi».

Michele Emiliano ha praticamente creato il Pd dominatore e fece anche Decaro. E guida il Pd pur essendo in ogni parte come San Tommaso.

«Con Emiliano ho avuto anche contrasti, ma ho accettato la sua sfida dell’incarico in Aqp quando ha riconosciuto le mie capacità: l’Acquedotto chiude con un più 29.5 per cento».

Sua moglie Angela Albergo sarà candidata contro il centrodestra per la lista Con Emiliano. O è una panzana?

«Dovrebbe chiederlo a lei, se vuole certezze».

A breve dovrebbero decidere sulla sua riconferma. Se Raffaele Fitto vince lei che fine farà?

«Guido un’azienda di proprietà regionale. Non siamo inchiodati alle poltrone, in qualunque momento possono sostituirci».

Lanciò l’eco barese, divenuta consuetudinaria nelle iniziative pubbliche, da Pane e pomodoro a Riso patate e cozze. Ora si ripete con «ancora la devi mettere?» della campagna Aqp per le autoclavi.

«Sono abituato a guardare in prospettiva. La condizione è drammatica: entro il 2050 servirà al mondo il 40 per cento in più di acqua. Gli invasi sono al 39 per cento in meno, le sorgenti al 21. Non dobbiamo tornare alla Puglia sitibonda, risanata dagli antenati con 600 tecnici, 80 ingegneri, muli, badili e paranchi. L’opera Acquedotto pugliese è paragonabile a quella delle grandi piramidi. E se lo fecero allora, dobbiamo rifarlo, non c’è più tempo».

Come.

«Stiamo selezionando progetti concreti per il doppio acquedotto; Albania, Molise, Abruzzo, dissalazione. C’è il discorso delle perdite, 94 comuni in sofferenza massima, pensiamo a società miste, ma tutto va condiviso con la politica».

Nel 2050, assetati. Nel 2050 chissà quante mogli e figli avrà. Mi dia una mano che non mi ci raccapezzo.

«Le farò allora un po’ di ripetizione. Ho tre mogli, cioè ora vivo con la terza».

Vabbè, poche.

«Da Angela ho avuto due figli, Francesco Saverio, 12 anni, Elisabetta, 15. Dalla seconda consorte Andrea, di 32, ingegnere informatico. E Giovanni e Daniele, rispettivamente di 49 e 45, dalla prima».

Però, che memoria.

«E sì. Sono insomma padre di più generazioni. Sono un giovane padre nato nel ’44 che, soprattutto quando vede la figlia minore, va in estasi come chi beve alla fonte dell’eterna giovinezza e si rivitalizza».

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