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In Puglia e Basilicata

Vertenza Gazzetta

«Noi collaboratori costretti a soffrire in silenzio affrontando continui sacrifici»

Gazzetta

In una lettera lamentano la non corresponsione di 13 mensilità da parte dell'editore Mario Ciancio Sanfilippo e dell'amministrazione giudiziaria

10 Maggio 2020

Redazione online

In questo drammatico momento per la vita del «nostro» giornale, anche i collaboratori della «Gazzetta», oltre che essere preoccupati per le sorti della Gazzetta del Mezzogiorno dopo che l’editore Ciancio ha annunciato di volerla mettere in liquidazione, sentono per la prima volta il bisogno di far sentire la loro voce.

Di seguito il comunicato dei collaboratori di Puglia e Basilicata della Gazzetta del Mezzogiorno

«Ci siamo abituati in questi anni ad essere sistematicamente considerati "invisibili" per quanto concerne la retribuzione del nostro lavoro. Non ce ne voglia il dottor Mario Ciancio Sanfilippo se, dopo aver letto le sue dichiarazioni all’Ansa ("garantendo durante la propria gestione la puntuale corresponsione delle retribuzioni a giornalisti"), gli precisiamo che così non è, almeno per quello che ci riguarda. Il nostro lavoro di collaboratori, infatti, non è stato retribuito per il periodo marzo-agosto 2018 (gestione Ciancio). Sei mesi, che non sono poca cosa (almeno per noi). Anche l’amministrazione giudiziaria ci ha riservato lo stesso "trattamento".

L’elenco delle mensilità per cui il nostro lavoro non è stato retribuito si è allungato, sino a raggiungere, ad oggi, complessivamente quota tredici.
Nonostante sia un dato acquisito che noi collaboratori, con il nostro lavoro quotidiano, contribuiamo affinchè la «Gazzetta» conservi la sua peculiarità di autorevole voce di ogni comunità di Puglia e Basilicata, sistematicamente, quando si è trattato di scegliere tra chi retribuire e chi non retribuire, siamo stati ignorati.

Nonostante questo, la maggior parte di noi non ha tirato i remi in barca e ha proseguito con immutata grinta nel suo impegno quotidiano perché questo giornale fosse la "Gazzetta". Oggi prendiamo atto del fatto che non solo il nostro impegno potrebbe non essere servito a niente, ma nel momento della "deriva" nessuno si ricorda che ci siamo e che se la nave dovesse affondare ognuno di noi perderà qualcosa in questo naufragio. Poco o molto che sia non è importante: un anno - scusate se è poco - del nostro lavoro non verrà retribuito. Parliamo di lavoro, non di volontariato. Lavoro a cui abbiamo dedicato tempo ed energie, mettendoci passione, impegno e professionalità. Per noi sarebbe uno smacco nello smacco se, anche adesso, nessuno, a tutti i livelli, si ricordasse che ci siamo. La nostra condizione di "figli di un dio minore" non ci consente di scioperare o mettere in campo altre iniziative di sensibilizzazione, ma questo non significa che non abbiamo una dignità».



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