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Sull'autonomia ancora qualche equivoco

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È Bari, dopo Napoli e Milano, la terza tappa di presentazione del manifesto «Cambia Cresce Merita: un nuovo Sud in una nuova Europa». La firma in calce è quella dell’economista Claudio De Vincenti, già ministro per il Sud nel governo Gentiloni, che domani sarà nel capoluogo pugliese (sede della Città Metropolitana, ore 10.30) per illustrare il documento. Interverranno, tra gli altri, il sindaco Antonio Decaro, il governatore Michele Emiliano, il presidente di Confindustria Puglia, Domenico De Bartolomeo e il rettore della «Aldo Moro», Stefano Bronzini.

Professore, da dove passa la rinascita del Sud?
«Da investimenti, lavoro e buona amministrazione, il contrario dell’assistenzialismo. Investimenti pubblici in infrastrutture, ambiente, scuola e cultura. Investimenti privati in innovazione e imprenditorialità. Con l’amministrazione pubblica chiamata a dar fiato alle energie vive del Sud invece che fare loro da ostacolo».

Il Manifesto dell’Associazione «Merita» esordisce ricordando il notevole impatto che, a suo tempo, ebbe l’intervento straordinario. Il richiamo non pare casuale: dovrebbe essere ancora una volta lo Stato il motore del riscatto meridionale?
«Allo Stato centrale si deve chiedere di assumersi la responsabilità di guidare le azioni per lo sviluppo nel quadro di una strategia unitaria che coinvolga Regioni e Comuni per l’attivazione degli investimenti e dei servizi pubblici e che si rivolga direttamente alle forze produttive sane del Mezzogiorno sollecitando e sostenendo gli investimenti privati. Il contrario di quanto fatto dopo la fine dell’intervento straordinario, quando per oltre trent’anni lo Stato si è limitato a distribuire risorse a Regioni ed enti locali. Con gli effetti che si sono visti».

Si discute molto di autonomia differenziata. Opportunità o minaccia?
«L’attuazione del regionalismo, come dettato dalla Costituzione, può essere una occasione per un cambiamento. Del testo del ministro Boccia apprezzo il tentativo di fornire un quadro generale di principi e regole cui debbano attenersi poi le specifiche intese in materia di regionalismo differenziato».

E tuttavia?
«Permangono alcuni equivoci che considero pericolosi e che discendono dal tentativo di costruire intese con singole Regioni prima di aver costruito e applicato il meccanismo generale del regionalismo comune a tutti, rispetto al quale si tratta poi di individuare per la singola Regione eventuali margini di autonomia differenziata. “Mettere il carro avanti ai buoi” significa rischiare attribuzioni di funzioni senza criteri chiari e di risorse senza reali meccanismi perequativi».

La sfida «verde» dello sviluppo sostenibile è davvero un’occasione o tutto si risolverà in una valanga di tasse?
«Bisogna rovesciare l’approccio: individuare i settori trainanti dello sviluppo verde su cui concentrare investimenti pubblici e incentivi a investimenti privati e poi disegnare il sistema fiscale che genera le risorse necessarie a finanziarli. È in questo modo che la riconversione verde dell’economia diventa strumento di sviluppo».

Il caso Ilva ha riacceso la diatriba tra gli «industrialisti» e coloro che immaginano per il Sud un futuro «leggero» imperniato su turismo, cultura ed enogastronomia. Lei da che parte sta?
«Sto dalla parte dello sviluppo finalizzato alla qualità della vita delle persone e quindi finalizzato a migliorare l’ambiente. Perché è solo lo sviluppo che può consentire di tutelare ambiente e salute: la decrescita è sempre infelice, lascia degradare l’ambiente e con la povertà mina la salute. Cultura, turismo ed enogastronomia vanno benissimo ma le dimensioni dell’attività umana sono molteplici e tutte meritano di essere coltivate: l’industria è cuore pulsante di innovazione per tutta l’economia e la società».

Chiudiamo proprio su Ilva. Le cattive notizie si affastellano. Come si potrebbe uscire dall’impasse senza danni irreparabili per l’economia nazionale e meridionale?
«Più che mai oggi è l’ora della responsabilità per tutti i protagonisti di questa difficile vertenza. Si tratta di fare in modo chiaro e definitivo una scelta di fondo: si vuole accettare la sfida di un nuovo modello di sviluppo in cui la produzione e l’occupazione, compresa quella nella siderurgia, siano rese compatibili con la tutela dell’ambiente e la difesa della salute? O si vuole semplicemente che la ex Ilva chiuda, così rassegnandosi alla decrescita infelice?»

Secondo lei da che parte tira il vento?.
«Il Governo sembra finalmente orientato senza più remore sulla prima strada, ritrovando così anche un rapporto con i lavoratori e i sindacati. Le istituzioni locali, dopo prese di posizione ondivaghe, sembrano ora percepire il rischio drammatico che corre il tessuto produttivo del loro territorio».

E la magistratura?
«Mi auguro che pervenga alla piena consapevolezza che la tutela dell’ambiente richiede una Ilva che investa e si rinnovi, mentre la sua eventuale chiusura lascerebbe in realtà sul terreno un “buco nero” ambientale come quello sperimentato a Bagnoli. Perché serve convinzione e compattezza di tutte le istituzioni per indurre, senza compiacenze di sorta, Arcelor Mittal a negoziare un piano che mantenga gli impegni che la società aveva preso un anno fa».

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