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Mittal, tavolo con sindacati: bisogna rimettere scudo. Morselli: contratto va sciolto. Conte: azienda pagherà danni
Commissari: scudo non è in contratto

Sia azienda che Governo rispettino patti. Presidio lavoratori

Ilva, nel piano Mittal Marcegagliaspuntano oltre 2400 esuberi

TARANTO - Lucia Morselli è lapidaria, gela i sindacati nel primo confronto formale, al ministero dello Sviluppo con il ministro Stefano Patuanelli: l’Ad di ArcelorMittal Italia sottolinea la «coerenza» del percorso prima annunciato e così portato avanti per rescindere il contratto e 'restituirè l’ex Ilva dal prossimo 4 dicembre. Lo fa puntando tutto su un argomento netto: dopo lo stop allo scudo penale portare avanti il il piano di risanamento ambientale per l'acciaieria di Taranto «ora è un crimine». E, mentre i sindacati arrivano a non escludere «un’insubordinazione dei lavoratori» per non spegnere gli altiforni, come dice il leader della Uilm, è ancora scontro con il Governo. Il premier Giuseppe Conte attacca: pagheranno i danni.

La Procura di Milano, in contemporanea, accende un faro aprendo un fascicolo esplorativo e scendendo in campo a difesa degli interessi pubblici anche nel giudizio civile (che dovrà decidere sul ricorso di ArcelorMittal per il recesso e sul controricorso presentato oggi dagli amministratori straordinari dell’ex Ilva). «Ben venga anche l’iniziativa della Procura», commenta Conte, che alza i toni con l’azienda: «Il Governo non lascerà che si possa deliberatamente perseguire lo spegnimento degli altiforni"; «Arcelor Mittal si sta assumendo una grandissima responsabilità», lasciare l’ex Ilva «prefigura una chiara violazione degli impegni contrattuali e un grave danno all’economia nazionale. Di questo ne risponderà in sede giudiziaria», anche in termini di «risarcimento danni», avverte il premier.

ArcelorMittal la pensa diversamente. Levando l’immunità «non sono stati rispettati i termini del contratto» - dice Morselli -
come è anche per le prescrizioni della magistratura sull'altoforno Afo2: «Non era stato fatto niente» di quanto detto al momento dell’accordo. La sintesi è che se al momento del contratto erano state create le condizioni per una missione impossibile, da «bacchetta magica», oggi per l’azienda quelle condizioni non ci sono più.
Lasciando il tavolo Stefano Patuanelli sottolinea come Lucia Morselli abbia puntato tutto sul nodo dell’immunità penale, politicamente il meno gestibile tra le diverse anime del Governo, lasciando invece in secondo piano il tema del rallentamento del mercato (e quindi di frenare la produzione e gestire esuberi) su cui «fin da settembre c'era una disponibilità del Governo» ad accompagnare un percorso.

I toni del dibattito politico restano accesi. «Non c'entra nulla lo scudo, c'entra il fatto che qui qualcuno vuole fare il furbo», dice il leader del M5s, Luigi Di Maio. Per Matteo Renzi l'ex Ilva va tenuta aperta «a ogni costo": garantisce il sostegno di Italia Viva alle iniziative del Governo per non far spegnere gli altiforni: «Sarebbe un disastro per Taranto, una follia». Dal Pd il ministro Francesco Boccia dice che «la proprietà non deve assolutamente permettersi di spegnere la fabbrica. Non ne ha il diritto». Ci vorrebbero 6 mesi per ripartire. E da Forza Italia Anna Maria Bernini replica al premier: «E' un cortocircuito politico-giudiziario. Questo governo si sta dimostrando drammaticamente incapace».

I sindacati mantengono la linea. Sostengono che ArcelorMittal non può esercitare un diritto di recesso, che il contratto va rispettato, ma che anche il Governo deve rispettare i patti alla base di quell'accordo: «Per nulla soddisfatti» di un confronto "non andato bene» i leader della Cgil Maurizio Landini, della Cisl Annamaria Furlan, e della Uil Carmelo Barbagallo, lasciano il ministero chiedendo «l'avvio di un tavolo con la proprietà per trovare soluzioni» ma anche al Governo di uscire dall’impasse: deve «ripristinare lo scudo penale per togliere l'alibi ad ArcelorMittal». E avvertono: «La mobilitazione prosegue, i lavoratori non si renderanno complici dello spegnimento dell’acciaieria». 

I COMMISSARI - «Non c'è alcuna garanzia della continuità dello 'scudo penale' nel contratto di affitto ad Arcelor Mittal dei rami di azienda della ex Ilva». E’ quanto si sostiene in sintesi nel ricorso cautelare presentato oggi al Tribunale di Milano dai legali dei commissari del polo siderurgico. «Sono inaccettabili le modalità affrettate di restituzione degli impianti siderurgici dell’ex Ilva in quanto rischiano di causare danni irreparabili al ciclo produttivo distruggendo l’azienda». Lo sostengono nel ricorso d’urgenza e cautelare presentato oggi al Tribunale di Milano i commissari del polo siderurgico con base a Taranto che hanno chiesto di adottare provvedimenti in grado di preservare la continuità della produttività per tutta la durata del processo civile. Nel ricorso, nel quale si sostiene che la domanda di recesso e tutte le altre domande subordinate di Arcelor Mittal sono «infondate», si spiega che nel contratto stipulato tra l’ex Ilva e il gruppo franco-indiano non ci sono le garanzie di continuità del cosiddetto 'scudo penale' e che, comunque, la legislazione del diritto penale ordinario garantisce di non incorrere in alcuna responsabilità in relazione al piano ambientale. Da quanto si è appreso, nel ricorso presentato oggi in Tribunale dai legali dei commissari, se da un lato si definiscono 'infondate' la domanda di recesso e le altre domande subordinate e si sostiene che Arcelor Mittal non ha il diritto di sciogliersi dai contratti e restituire le aziende, dall’altro si contestano le modalità di restituzione degli impianti. Quando c'è stato il loro trasferimento dall’ex Ilva al gruppo franco-indiano ci sono voluti parecchi mesi per mantenere la loro funzionalità e in più è stato consegnato un magazzino per un valore di 500 milioni di euro di materie prime e un determinato portafoglio di clienti. Quindi si ritiene che gli impianti debbano essere restituiti con un grado di funzionalità uguale e comunque in uno stato non peggiore di come sono stati consegnati.
Visto le modalità affrettate, con il ricorso si chiede un provvedimento di urgenza per evitare danni irreparabili e assicurare la continuità produttiva e aziendale del principale polo siderurgico italiano e tra i più importanti d’Europa. 

LE PAROLE DELL'AD MORSELLI - «Innanzitutto il contratto è un atto legale. Quello che ci ha portato a ritenere che il contratto potesse essere terminato è il fatto che riteniamo che non siano stati rispettati i termini del contratto stesso, dal punto di vista legale», sottolinea Morselli, rilevando due «termini principali». «E sono semplici», dice, secondo quanto trapelato del suo intervento durante l’incontro. Il primo è «la possibilità di lavorare nell’area a caldo e quindi di fare le migliorie previste dal piano ambientale in una situazione d protezione dal punto degli aspetti criminali. Questa prima era prevista e ora non c'è più. L’area a caldo sta migliorando, il piano ambientale è assolutamente rispettoso dei tempi previsti, ma non è ancora nelle condizioni in cui dovrebbe arrivare nel 2023, quindi continua ad essere dal punto di vista ambientale non ottimale. Fino a qualche settimana fa questo non era un crimine ora lo è. E non è una cosa di poco conto».

Il piano ambientale procede «rispettoso dei tempi previsti. L'area a caldo sta migliorando ma non è ancora nelle condizioni ottimali. Fino a qualche settimana fa non era un crimine e invece lo è diventato: non è una cosa di poco conto».
Poi, «quando l’Afo 2 è stato consegnato ad ArcelorMittal ci è stato detto che tutto quel è stato chiesto dalla magistratura come interventi di miglioramenti era in corso e invece non era è stato fatto niente. A metà dicembre le migliorie non saranno pronte, ci sarà un piano degli interventi e non la realizzazione degli interventi».

«Noi siamo qui - dice quindi l’Ad di ArcelorMittal Italia - perché riteniamo che il contratto legalmente possa essere sciolto. Questo è quello che abbiamo chiesto e naturalmente stiamo agendo in coerenza in questa nostra convinzione, che si esplicitata in un paio di azioni molto importanti: prevedere che e i dipendenti potessero avere una destinazione, ritrasferendoli all’amministrazione straordinaria. L’altra cosa è che visto che l'area a caldo è in una situazione abbastanza criminale, riteniamo che gradualmente, nei tempi tecnici corretti, cioè senza fare danno ambientali maggiori, perché adesso se continuiamo ad usare l’area a caldo danneggiamo l’ambiente ed è un crimine». Per l’Ad così «è stato rotto il concetto base del piano risanamento dell’Ilva, che diceva: ci piacerebbe avere la bacchetta magica ma non l’abbiamo. Allora bisogna andare al 2023, quando l’area a caldo sarà accettabile, nel frattempo creiamo le condizioni per arrivare al risultato. E una delle condizioni era dare la protezione a chi ci lavorava».

CONTE: AZIENDA PAGHERÀ DANNI - «Arcelor Mittal si sta assumendo una grandissima responsabilità» sull'ex Ilva, in quanto la decisione dello stop «prefigura una chiara violazione degli impegni contrattuali e un grave danno all’economia nazionale. Di questo ne risponderà in sede giudiziaria sia per ciò che riguarda il risarcimento danni, sia per ciò che riguarda il procedimento d’urgenza». Lo scrive su Facebook il premier Giuseppe Conte. 

«È stato depositato il ricorso ex art.700 cpc al fine di fermare il depauperamento di un asset strategico del nostro sistema industriale come lo stabilimento ex Ilva di Taranto». Lo scrive su Facebook il premier Giuseppe Conte. «Ben venga anche l’iniziativa della Procura di Milano che ha deciso di intervenire in giudizio e di accendere un faro anche sui possibili risvolti penali della vicenda», aggiunge.

«Il Governo non lascerà che si possa deliberatamente perseguire lo spegnimento degli altiforni, il che significherebbe la fine di qualsiasi prospettiva di rilancio di questo investimento produttivo e di salvaguardia dei livelli occupazionali e la definitiva compromissione del piano di risanamento ambientale», ha aggiunto il presidente del Consiglio.

Nella causa civile promossa da Arcelor Mittal per il recesso del contratto d’affitto dell’ex Ilva è atteso un atto di intervento scritto da parte della Procura di Milano che ha deciso di essere parte del procedimento civile in base all’articolo 70. Secondo la norma, i pm concluderanno l’atto scritto con le loro richieste, in questo caso a sostegno dei commissari dell’ex Ilva. Nel procedimento inoltre potrebbe 'costituirsi' autonomamente anche il Governo.

MITTAL POSSIBILI EMISSIONI PER SPEGNIMENTO - «Le operazioni tecniche necessarie alla sospensione potrebbero comportare fasi transitorie con possibili emissioni visibili e possibile accensione delle torce dello stabilimento siderurgico». Lo scrive ArcelorMittal nella lettera inviata ai ministeri dell’Ambiente e dell’Interno, a Ispra, Regione Puglia, Comune di Taranto, Ilva in as, Arpa, al custode giudiziario degli impianti, ai comuni dell’area a rischio, in cui comunica il piano di «sospensione» dell’esercizio dello stabilimento e delle centrali elettriche. Il programma di sintesi riporta «le varie fasi della sospensione nonché informazioni riguardanti le attività che coinvolgeranno i principali impianti dell’area a caldo e le utilities di stabilimento». L’azienda siderurgica afferma che entro il «4 dicembre 2019 sarà completata la retrocessione dei Rami d’azienda» ma precisa che «a valle della restituzione degli impianti, ogni decisione circa la prosecuzione dell’allegato programma, spetterà unicamente alle società concedenti». Viene anche spiegato che «in considerazione della connessione tecnica esistente tra lo stabilimento siderurgico dl Taranto e la centrale elettrica di ArcelorMittal Italy Energy Srl alimentata a gas siderurgici, le attività di sospensione impatteranno, inevitabilmente, anche sulle attività della centrale, che dovranno essere in parte sospese».

«Al fine di minimizzare i rischi d’incidente e di danni agli impianti, la fermata degli altoforni deve essere preceduta dell’abbassamento della carica, cioè del consumo, per quanto possibile, dei contenuto dell’altoforno senza ulteriore alimentazione di ferriferi e coke». Lo spiega ArcelorMittal nella lettera di «sospensione dell’esercizio dello stabilimento siderurgico di Taranto». L’azienda ha indicato nel cronoprogramma la fermata dei tre altoforni (1, 2 e 4) entro metà gennaio 2020. «Sarà posta particolare attenzione - viene precisato - alla composizione del gas AFO nascente operando un controllo dello stesso secondo i requisiti di sicurezza attesi. Per ciascun altoforno, per garantire, per quanto possibile, il consumo del materiale presente all’interno, saranno effettuate: la bagnatura del nastro trasportatore detto 'via comunè; l’immissione di azoto in tutti i punti di immissione della rete di recupero del gas AFO; la regolazione temperatura del gas AFO alla bocca dell’altoforno tramite azoto di inertizzazione, l’immissione di acqua dagli spruzzatori di bocca, la regolazione dal vento in entrata; la colata dei fusi con abbassamento del livello del liquido; l’isolamento della rete gas dell’altoforno da quella di stabilimento e combustione del gas per autoconsumo e in torcia». A queste operazioni seguono quelle finalizzate «all’interruzione dell’adduzione del vento: apertura dei bleeder per la messa all’aria dall’altoforno; inertizzazione di tutte le reti gas interne all’altoforno con azoto e vapore, secondo i casi; gli isolamenti e le fermate di singoli dispositivi e sottosezioni di impianto». Per ciascun altoforno, seguirà il «colaggio della salamandra consistente nella foratura del crogiolo e nel colaggio degli ultimi fusi. Tale fase sarà supportata da specifiche procedure ed analisi di sicurezza».

DOPO SPEGNIMENTO ALMENO 6 MESI PER RIPARTIRE - Per «colare la salamandra - spiega ancora Vestita - bisogna forare il 'crogiolò, cioè la parte terminale del forno, e quindi, una volta finita la procedura, bisogna ricostruirlo se si vuole riattivare l’impianto. In base all’esperienza avuta in azienda, per rifare un crogiuolo ci vogliono almeno sei mesi». «Una volta rifatto il crogiolo - prosegue Vestita - per la ripartenza in produzione del forno di vogliono 3-4 settimane, ma bisogna anche valutare lo stato del materiale refrattario che si trova al'interno del forno».
Nella fase di spegnimento, spiega ancora Vestita, «la temperatura viene fatta calare in modo molto controllato, circa di sei gradi all’ora per evitare choc termici che possano fare staccare i materiali refrattari che rivestono il forno dall’interno rovinandolo in modo irreversibile». Anche con questo raffreddamento controllato, però, ci possono essere dei distacchi di materiali refrattari quindi, spiega ancora, "preventivamente alla rimessa in marcia del forno si fanno controlli con telecamere all’interno per verificare lo stato del materiale». 

ECCO LE MODALITÀ DI SPEGNIMENTO COCKERIE -  Nella lettera di «sospensione dell’esercizio dello stabilimento siderurgico di Taranto», ArcelorMittal indica tutte le procedure particolari da seguire per la messa in sicurezza della rete Gas, delle cokerie, dell’agglomerazione, dell’acciaieria e delle centrali elettriche. In particolare per il reparto Cokeria, da sempre considerato tra i più inquinanti, «la sospensione pianificata della produzione di tutte le batterie dei forni a coke (7/8/11/12) deve essere realizzata - precisa l’azienda - con il preventivo e progressivo svuotamento dei forni e il mantenimento in riscaldo degli stessi al fine di preservare la funzionalità delle stesse per il successivo riavvio (la batteria 11 sarà definitivamente spenta)». La fase di fermata progressiva delle batterie a coke avverrà con specifiche modalità per la loro gestione in sicurezza. Al termine della procedura, quando «il gas prodotto non sarà più sufficiente ad assicurare la regolare marcia dell’estrattore, lo stesso sarà fermato e il gas prodotto sarà combusto nelle torce di emergenza dei bariletti». L'arresto dell’impianto di agglomerazione, precisa ancora l'azienda, avverrà nei tempi stabiliti con «isolamento dalle reti gas di stabilimento. La fermata dell’Acciaieria n. 2 (ultima a fermarsi tra le due), pur possibile senza conseguenze per la sicurezza in qualunque momento, deve essere effettuata dopo quella degli altoforni, al fine di consentire il trattamento della ghisa residua». 

I LAVORATORI: CON SPEGNIMENTO EMISSIONI CERTE - Con lo spegnimento degli altiforni dello stabilimento ex Ilva ci saranno «emissioni certe a causa di tutti i gas incombusti che non potranno essere recuperati dalla rete. E ciò che non si riesce a captare, per questioni di sicurezza, viene fatto uscire attraverso i bleeders». «Ci sono poi anche i gas emessi dal campo di colata perchè bucare il crogiuolo per colare la salamandra determina emissioni». Lo riferisce il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza dell’ex Ilva, Vincenzo Vestita (Fiom).

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