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Mozart, la leggenda dell'omicidio con la falsa Manna di San Nicola

La storia del veleno «acqua tofana», fra la Roma del Seicento e la Vienna del Settecento

Mozart, la leggende dell'omicidio con la falsa Manna di San Nicola

«Lo so, devo morire, qualcuno mi ha dato dell’acqua tofana». Così Wolfgang Hildesheimer, nel libro “Mozart”, riporta la frase pronunciata dal genio musicale di Salisburgo nel 1789 su una panchina del Prater di Vienna alla moglie Constanze Weber, due anni prima di morire, il 5 dicembre, nella sua abitazione, lasciando incompiuto il suo ultimo capolavoro, il «Requiem».

L’«acqua tofana» - Ma che cos’è l’«acqua tofana»? Un veleno potentissimo, venduto in bottiglie contrabbandate come «Manna di San Nicola di Bari», come conferma alla “Gazzetta” il prof. Francesco De Ceglia, del Dipartimento studi umanistici dell’Università di Bari. «Era trasparente e, per farle passare i controlli dei gendarmi, la “etichettavano” come manna» aggiunge lo studioso.

L’inizio della storia di questo potentissimo veleno inodore e incolore, del tutto simile all’acqua, risale al mondo delle fattucchiere siciliane, in una sorta di viaggio nella storia della scienza che poi ci catapulta nella Roma dei Papi appartenenti alle famiglie che edificarono i palazzi Chigi e Barberini.

Gli ingredienti della miscela letale sono noti, ma non se ne conoscono le esatte dosi. Fondamentalmente, l'acqua tofana conteneva arsenico e piombo; è probabile che contenesse anche belladonna.

Oltre che a Palermo e a Roma, fu diffusa anche a Perugia, tanto da essere poi citata nel romanzo “Il conte di Montecristo” scritto da Alessandro Dumas nel 1844, al capitolo “Tossicologia”: «...noi parlammo signora di cose indifferenti, del Perugino, di Raffaello, delle abitudini, dei costumi, e di quella famosa acqua-tofàna di cui alcuni, vi era stato detto, conservano ancora il segreto a Perugia».

La vera «manna» - Questa storia di veleni e di... Santi innanzitutto conferma come già all’epoca fosse diffuso il culto del «sacro liquido» emanato dalle ossa di San Nicola, custodite nella cripta della Basilica di Bari e raccolte ogni anno la sera del 9 maggio dai Padri con una cannula. Il culto delle confezioni di «Sacra Manna» è diffuso tuttoggi e i Padri Domenicani, che reggono la Basilica, precisano: «L’acqua che viene distribuita in boccettine nella Sala delle Offerte non è l’acqua che si è formata nella tomba del Santo durante l’anno. Infatti, normalmente si raccoglie una quantità media di mezzo litro o poco più, e quindi su migliaia di devoti se ne potrebbero accontentare ben pochi. Quella che viene distribuita proviene da grandi boccioni di acqua benedetta, in cui è stata versata la “Manna” raccolta il 9 maggio».

La falsa «manna» - L’«acqua tofana», venduta nelle false confezioni di «Manna» sbarcò a Trastevere con Giulia Tofana, che secondo varie fonti storiche «importò» il potentissimo veleno con la sua formula segreta da Palermo, dove sarebbe stato inventato da sua madre, Thofania d’Adamo, giustiziata nel 1633 per aver avvelenato il marito.

Di umilissime origini, cortigiana (fra i suoi amanti anche la nobità romana e alti prelati) Giulia Tofana si stabilì nella Città Eterna durante il pontificato di Urbano VIII, Maffeo Vincenzo Barberini, nella quale erano diffusi riti di negromanzia e «magia nera» severamente vietati e perseguiti dal Sant’Uffizio.

L’«ammazzamariti» - Forse memore dell’uso fatto dalla madre, raccontano vari storici, Giulia Tofana allestì una vera e propria azienda di produzione di falsa «Manna di San Nicola» che venne utilizzata da una serie di donne che volevano sbarazzarsi dei mariti, in un’epoca in cui i divorzi erano assolutamente vietati e in cui la gran parte delle unioni nuziali erano matrimoni imposti, «combinati» per interessi patrimoniali o di successione, anche con spose-bambinecostrette a convivere e giacere con uomini molto più vecchi. Fra i vari collaboratori, essenziale un certo Padre Girolamo, speziale (farmacista diremmo oggi) in un convento e suo amante, che le procurava gli elementi base per confezionare il veleno.

Siamo nel secolo in cui a Roma venne arso vivo Giordano Bruno e in cui Galileo Galilei venne condannato per aver scoperto che la Terra gira intorno al Sole e non viceversa.

Amante di personaggi ricchi e potenti, anche del Vaticano, il veleno della Tofana aiutò una folla di «clienti» soprattutto di sesso femminile a sbarazzarsi di oltre 600 uomini.

Il patibolo a Campo de’ fiori - Era salito al soglio pontificio da 4 anni Alessandro VII (il senese Fabio Chigi; suo fratello Agostino, banchiere, diede il nome di famiglia al palazzo costruito nel 1562 e dal 1961 sede del Governo della Repubblica italiana) quando il «laboratorio ammazzamariti» di Giulia Tofana di Trastevere fu scoperto e smantellato. Il commercio illegale della falsa «Manna di San Nicola» venne alla luce a causa dell’errore dell’ultima «cliente» della banda, la contessa di Ceri.

Era impossibile scoprire le tracce di avvelenamento con l’«acqua tofana» a patto che l’omicida la somministrasse in dosi di poche gocce ogni giorno, fino alla morte della vittima. Invece la contessa di Ceri, ignorando le istruzioni ricevute, versò tutta la boccetta di colpo nel del marito che così andò ad una morte improvvisa con chiari segni di avvelenamento.

I parenti del defunto fecero intervenire le guardie e così, di confessione in confessione (fra i metodi di interrogatorio, anche la tortura), Giulia Tofana e i suoi complici finirono tutti in galera. Il gruppo finì al patibolo nel 1659 in Campo de’ Fiori. Alcuni storici riportano che il complice-farmacista di Giulia Tofana riuscì a farla franca, grazie ad una specie di amnistia, così come esistono tradizioni diverse sulla fine della protagonista di questa storia «nera»: secondo alcune fonti fu giustiziata con i suoi compari, secondo altri fu fatta fuggire da qualche alto prelato di cui godeva i favori.

... e Mozart? - Torniamo a Vienna. La tesi che Wolfgang Amadeus Mozart fosse stato ucciso venne ripreso anche da un giornale («fu avvelenato dagli italiani» scrissero sull’”Allgemeine Musikalische Zeitung” di Lipsia) e la tesi fu il cavallo di battaglia dell’opera “Mozart e Salieri” di Rimskij-Korsakov, basata sulla tragedia scritta dal drammaturgo Aleksandr Sergeevič Puškin. «Un’invenzione posteriore, degli anni del Romanticismo» dice alla “Gazzetta” il prof. Galliano Ciliberti, docente di Storia della musica al Conservatorio «Nino Rota» di Monopoli. «Mozart è morto di nefrite» afferma con certezza il docente, escludendo come tanti altri studiosi la tesi del complotto omicida. La frase alla moglie? Evidente paranoia.

Ma la tesi così suggestiva è stata riproposta sul grande schermo da Milos Forman nel film “Amadeus” (1984), basato sull’omonimo dramma scritto da Peter Shaffer e che vede come possibile mandante dell’omicidio il «rivale eterno» di Mozart, il veronese Antonio Salieri, maestro di Beethoven, Cherubini, Liszt e Schubert.

Il giorno dopo la morte di Mozart, in suo onore venne eseguito il “Requiem” di Rossler-Rossetti nella chiesa di San Nicola a Praga, città considerata capitale europea della negromanzia e della diffusione del culto massonico al quale Mozart aveva aderito (qui avrebbe conosciuto negli anni addietro il Casanova, personaggio ben inserito in quegli ambienti). Ma questa (forse) è un’altra storia...

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