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Il riesame del procedimento di Autorizzazione integrata ambientale si è concluso a fine luglio, e dalla scorsa settimana l’«Aia» è diventata esecutiva dopo le notifiche. Significa che il Comune di Massafra deve adesso rilasciare il permesso a costruire nell’ambito dell’autorizzazione unica per il raddoppio del termovalorizzatore Appia Energy. Una storia infinita, che si trascina dal 2012 ed è passata attraverso l’esame del Consiglio di Stato e una nuova istruttoria tecnica. Ma non è detto che sia finita qui.
L’impianto attuale (che brucia Cdr, combustibile da rifiuti) produce 10 Mw di potenza netta. Il progetto di raddoppio aggiungerà una seconda linea, per ulteriori 10 Mw, con un investimento di circa 50 milioni di euro a carico della società che fa capo a EuroEnergy (gruppo Marcegaglia) e Cisa (dell’imprenditore locale Antonio Albanese). Il provvedimento emesso a fine agosto dalla Provincia di Taranto, al termine di una conferenza di servizi cui hanno partecipato anche Arpa e Regione, pone una serie di prescrizioni sull’aggiornamento del piano monitoraggio delle emissioni e delle condizioni di funzionamento. L’impianto tratterà il Css (combustibile solido secondario, che nella attuale legislazione ha superato il Cdr) e non potrà invece essere utilizzato per bruciare le biomasse.
Nel 2012 la Provincia aveva revocato l’Aia sulla base di un input della Regione che lamentava la violazione del piano paesaggistico. Ma i giudici amministrativi, con una sentenza del 2017, hanno escluso la presenza di vincoli o di beni tutelati nell’area oggetto dell’intervento. Nel frattempo la normativa in materia di Aia è cambiata, e così Appia Energy lo scorso anno ne ha chiesto il riesame (che significa anche il rinnovo, essendo trascorsi i 6 anni di validità) con una procedura che non è entrata nel merito tecnico del progetto. La nuova Aia vale per 16 anni, ma dovrà essere riesaminata entro quattro anni dall’emanazione delle Bat («best available tecnology») relative a questo genere di insediamenti industriali.
Entro tre mesi Appia Energy dovrà presentare alla Provincia la nuova fideiussione da 2,5 milioni di euro a garanzia delle obbligazioni sul fronte ambientale. Tuttavia il Comune di Massafra, che in conferenza di servizi si è speso per il «no» al pari di Regione e Arpa, ha altri 30 giorni per impugnare l’Aia davanti al Tar.
Lungi da essere una questione locale, quella del termovalorizzatore di Massafra (per anni l’unico impianto disponibile sul territorio) è una storia che riguarda l’intera Puglia. Nel 2015, in attuazione del decreto Sblocca Italia, il governo di centrosinistra ha di fatto autorizzato - considerandoli di interesse nazionale - gli impianti di incenerimento ritenuti indispensabili per la chiusura del ciclo dei rifiuti. In Puglia il ministero dell’Ambiente valutò in 250mila tonnellate l’anno il deficit di capacità di incenerimento, cinque volte più delle 50mila tonnellate previste dalla Regione. Ecco perché il nuvo Piano predisposto dalla giunta Emiliano ha cambiato punto di vista e, oltre a ribadire l’obiettivo del 65% di raccolta differenziata, impone il ricorso al Css «end of waste»: si tratta in buona sostanza di trattare la frazione secca dell’indifferenziato per recuperare tutto ciò che può essere incenerito senza emissioni dannose per l’ambiente. Un combustibile «pulito» (ha caratteristiche più stringenti rispetto al Css ordinario, quello che dovrebbe alimentare Massafra), e per il quale la stessa Regione a luglio ha sondato i Comuni interessati ad ospitare un apposito impianto di trattamento della capacità di 48mila tonnellate l’anno. L’unica candidatura presentata è quella di Brindisi. Ma anche qui, bisogna uscire dall’equivoco politico: l’avviso pubblico della Regione parla di «impianto di produzione del Css eow con annesso impianto di utilizzazione», dunque l’inceneritore. La differenza è che questo impianto, da costruire con finanziamenti di Regione e Cipe, dovrebbe avere gestione pubblica.

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