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Gema, peculato da 23 milioni
chiesti oltre 3 anni per Tavasci

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Il sostituto procuratore generale ha chiesto nel processo d’appello in corso a Bari la condanna a 3 anni e 3 mesi di Lanfranco Maria Tavasci, 71 anni, imprenditore romano e foggiano d’adozione, nel processo d’appello per il «caso Gema» di cui fu amministratore per anni: l’inchiesta è quella sull’ex società di riscossione tributi poi fallita, che tra il 2006 e il 2012 avrebbe trattenuto indebitamente 22 milioni, 719mila e 550, invece di riversarli nelle casse di 45 enti locali per conto dei quali aveva incassato imposte e tasse, secondo la tesi accusatoria contestata dalla difesa: si tratta di 36 comuni della Capitanata, 4 di Salento e provincia tarantina, 1 sardo, le 3 amministrazioni provinciali di Foggia, Barletta e Taranto, e l’Acquedotto pugliese (l’elenco delle parti offese e del credito vantato lo pubblichiamo a fianco ndr). In primo grado Tavasci, sentenza emessa dal gup del Tribunale di Foggia il 13 febbraio del 2015 al termine del processo abbreviato che comportò lo sconto di un terzo della pena, l’ex presidente di «Gema» fu condannato a 3 anni e 5 mesi per peculato, falso e reati societari, con assoluzione dall’accusa di associazione per delinquere perché il fatto non sussiste. Contro quel verdetto c’è stato l’appello della difesa, col processo di secondo grado che dopo un paio di rinvii è ora entrato nel vivo con requisitoria e arringhe: per la sentenza si dovrà attendere fine settembre.

Al termine della requisitoria davanti ai giudici della corte d’appello di Bari, il pg ha chiesto l’assoluzione di Tavasci per un’ipotesi di falso in bilancio e un’accusa di falso e la conferma della condanna con pena da ridurre a 3 anni e 3 mesi, per concorso in peculato, e altre 4 imputazioni relative a presunti falsi in bilancio e falso. Numerosi enti locali hanno confermato la costituzione di parte civile contro Tavasci che in primo grado fu anche interdetto in perpetuo dai pubblici uffici e condannato a risarcire i danni a venti enti locali, con una provvisionale di 50mila euro a testa, mentre la quantificazione totale del risarcimento fu rimessa a una eventuale causa civile.

Gli avvocati Gianluca Ursitti e Gianluca Bocchino hanno chiesto l’assoluzione di Tavasci, sostenendo che non è a lui che vanno addebitate le colpe del dissesto dell’ex società d riscossione; che Tavasci di fronte ai problemi economici dell’azienda riacquistò le quote che aveva venduto e fece di tutto per salvarla; che le cifre contestate dall’accusa - quasi 23 milioni di euro di peculato - sono di gran lunga inferiori a quelle reali. Sentenza tra sei mesi, a settembre.

Erano 8 gli imputati (7 fisici e la stessa ex «Gema» in base alla norma che prevede la responsabilità penale-amministrativa delle persone giuridiche) per i quali la Procura foggiana chiese il rinvio a giudizio nel giugno del 2013, accusandoli a vario titolo di complessivi 11 capi d’imputazione: associazione per delinquere, peculato, falso, violazione delle norme in materia di bilanci. Il processo si sdoppiò il 25 novembre del 2013 al termine dell’udienza preliminare davanti al gup: Tavasci e un docente universitario con una posizione marginale scelsero il giudizio abbreviato, con sentenza del gup del 13 febbraio 2015 che condannò l’ex presidente di «Gema» e assolse il coimputato; gli altri 6 imputati furono processati con rito ordinario dal Tribunale di Foggia che il 27 aprile del 2016 escluse la sussistenza dell’associazione per delinquere; assolse la figlia di Tavasci e l’ex Gema e condannò gli altri 4 accusati, ex amministratori e componenti del consiglio d’amministrazione della società, a complessivi 17 anni e 7 mesi con pene dai 4 ai 5 anni: il processo d’appello nei loro confronti dev’essere ancora celebrato.
L’indagine, coordinata dalla Procura e condotta dai finanzieri del nucleo di polizia tributaria partì dalle segnalazioni di alcuni comuni sul mancato incasso dei tributi riscossi per loro conto dalla «Gema», società poi fallita. L’inchiesta sfociò prima nell’arresto di Tavasci e dell’ex amministratore delegato eseguiti il 7 luglio del 2012 quando furono posti ai domiciliari per peculato (l’imprenditore romano vi rimase sei mesi, sino al gennaio 2013), quindi nell’incriminazione di 8 imputati.

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