Lunedì 17 Febbraio 2020 | 08:44

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Psicosi da Coronaviurs, bimbo cinese allontanato da scuola a Cerignola

La preside rifiuta il bimbo di 8 anni tornato dalla Cina: deve portare il certificato della visita pediatrica

scuola, aula scolastica

FOGGIA - Rispedito a casa fino a quando non esibirà un certificato medico. È questo quanto è successo ad un bambino cinese di 8 anni, che frequenta la scuola Marconi di Cerignola e che, dopo venti giorni in Cina, è ritornato in classe proprio nei momenti di maggiore apprensione e di panico per il diffondersi del Coronavirus. Il dirigente scolastico Anna Dimicco, infatti, ha chiesto alla famiglia del bambino di procedere ad una visita pediatrica dopo la quale potrà essere ammesso nuovamente a frequentare le lezioni. Otto anni, nato in Italia, l’alunno dal 23 gennaio è tornato in Italia dopo aver trascorso, insieme ai genitori, oltre due settimane di soggiorno a Wenzhou, situata nella parte sud-orientale della provincia cinese dello Zhejiang a circa 800 chilometri da Wuhan, epicentro dell’epidemia del Coronavirus.

Proprio oggi «scadono» i canonici 14 giorni di osservazione e le condizioni della famiglia cinese appaiono ottime. Resta una prassi, quella di una sorta di sospensione preventiva a scopo precauzionale, che per più d’uno appare inusuale. È per questo che la referente di Educazione alla Salute dell’Ufficio Scolastico Territoriale, Titti Gambatesa, spiega a La Gazzetta del Mezzogiorno: «Sicuramente si è scatenata un po’ di psicosi, ma questa procedura è naturale e non è un atto di discriminazione. Anzi, la scuola è il luogo dell’inclusione per eccellenza. La scuola deve avere delle certificazioni che garantiscano la salute pubblica, questa procedura rispetta la norma vigente. Il dirigente scolastico ha operato tenendo in conto la salute pubblica».
Il Servizio igiene e sanità pubblica della Asl di Foggia, da parte sua, indica la corretta procedura: «Avremmo dovuto ricevere una segnalazione e avremmo contattato il medico curante. Di certo, tranne che per i casi accertati, non c’è obbligo di quarantena. Noi - spiega il dirigente medico Giovanni Iannucci- ci muoviamo seguendo la circolare ministeriale del 1° febbraio e il protocollo regionale: monitoriamo chi mostra dei sintomi e in taluni casi siamo noi l’ente competente a raccomandare l’isolamento domiciliare».

Ciò che invece è capitato fuori dalla scuola Marconi, dopo la notizia della misura intrapresa dalla direzione, va oltre la psicosi. È diventato infatti virale un messaggio, probabilmente partito da una chat di genitori, in cui si eleva il caso di «allontanamento» a vero e proprio allarme sociale: un passaparola che ha girovagato di cellulare in cellulare creando ulteriore panico.
Così la madre dell’alunno, Cola Li, ha spiegato l’accaduto: «Siamo stati 20 giorni in Cina e stiamo tutti bene, abbiamo fatto tutti i controlli e stiamo bene, non siamo mica pazzi. Prego le persone che hanno messo in giro certe voci sulla nostra salute di non dire sciocchezze: lunedì prossimo, tra l’altro, mio figlio tornerà a scuola», commenta la madre. Domani il piccolo sarà visitato dal pediatra, come richiesto dal dirigente scolastico: «Abbiamo accettato per tranquillizzare tutti, su di noi accuse di gente ignorante», confida Cola Li. L’allarmismo si è esteso anche verso l’intera famiglia, che gestisce un’attività commerciale nella periferia di Cerignola: «Non andate in quel negozio!», si legge sul testo divenuto virale sui social network. Il loro esercizio commerciale, in seguito a quei messaggi incontrollati, ieri si presentava pressoché vuoto: «Chi ci conosce continua a venire, ma certo molti sono preoccupati. Noi stiamo bene, ma la gente ha paura e queste voci sono pericolose», spiega il papà del bambino, che ormai da 15 anni risiede in Italia, tanto che tutti, nel quartiere, hanno italianizzato il suo nome chiamandolo semplicemente Paolo.

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