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Monte S.Angelo, pregiudicato morì per faida tra clan: 2 arresti. A indagini collaborò anche carabiniere ucciso

Giuseppe Silvestri fu ucciso nel Foggiano nel 2017: in manette anche un boss, ritenuto al vertice del clan malavitoso Lombardi-Ricucci-Romito

Monte S.Angelo, pregiudicato morì per faida tra clan: 2 arresti

I carabinieri del comando provinciale di Foggia hanno eseguito una ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del Tribunale di Bari nei confronti di Matteo Lombardi, di 49 anni, ritenuto dagli inquirenti al vertice del clan malavitoso Lombardi-Ricucci-Romito e di Antonio Zino, di 40 anni. Lombardi è accusato di omicidio aggravato dalla finalità mafiosa nei confronti di Giuseppe Silvestri, il 44 enne ucciso a Monte Sant'Angelo (Foggia) il 21 marzo 2017. Zino è accusato di favoreggiamento. Secondo gli inquirenti Lombardi è uno dei mandanti nonché l’autore materiale dell’agguato. Silvestri era alla guida del suo Fiat Doblò quando venne raggiunto da una raffica di colpi d’arma da fuoco. Il movente dell’omicidio sarebbe riconducibile alla lotta per il controllo del territorio tra il clan Libergolis e quello dei Lombardi-Ricucci-Romito. 

C'è anche il lavoro del maresciallo dei Carabinieri Vincenzo Di Gennaro, ucciso il 13 aprile a Cagnano Varano mentre era in servizio, nelle indagini sull'omicidio del pregiudicato di Monte Sant'Angelo Giuseppe Silvestri, ucciso il 21 marzo 2017, che hanno portato all’arresto di uno dei sicari, il pregiudicato Matteo Lombardi, e di un’altra persona, Antonio Zino, accusato di favoreggiamento per aver fornito un alibi falso al presunto killer.

Il maresciallo, come è stato ricordato questa mattina in conferenza stampa dal comandante provinciale dei Carabinieri di Foggia, Marco Aquilio, svolse i primi accertamenti su un’auto trovata bruciata nelle campagne di Cagnano Varano, poi risultata essere stata usata da Lombardi per allontanarsi dal luogo del delitto.
Alla identificazione di Lombardi, gli inquirenti sono arrivati grazie alle tracce di dna trovate sulle cartucce recuperate sul luogo dell’omicidio, grazie al falso alibi - un viaggio in Lombardia per l’acquisto di un’auto - smontato dalle indagini, ai tabulati telefonici e alle intercettazioni telematiche. Lombardi, esponente del clan Romito-Ricucci-Lombardi di Manfredonia, ipotizza la Dda, avrebbe ucciso Silvestri, del clan rivale dei Li Bergolis, per appropriarsi del suo territorio di controllo mafioso. Lo avrebbe raggiunto in auto alle 4 del mattino, esplodendo 12 colpi di fucile, per poi fuggire in direzione di Poggio Imperiale dove, ad attenderlo, c'era Zino con il quale fece il viaggio in Lombardia, mentendo sugli orari della partenza.

CLIMA DI TOTALE OMERTA' - L’omicidio di Giuseppe Silvestri è il primo della sequenza dei tre «delitti del 21 marzo» avvenuti con cadenza annuale nel primo giorno di primavera nella zona garganica, sempre nell’ambito dello scontro armato tra i due clan rivali. Il 21 marzo 2018 c'è stato il tentato omicidio di Marco Raduano, quest’anno, nella stessa data, l’omicidio di Francesco Pio Gentile. Per il sostituto della Dda di Bari Giuseppe Gatti, una sorta di «legge del 21 marzo che dimostra che la mafia è una organizzazione contro natura. Nel giorno in cui esplode la vita, la mafia afferma una cultura di morte».
Gli arresti di oggi - ha detto il colonnello Marco Aquilio, comandante provinciale dei carabinieri di Foggia - è un ulteriore passo avanti per cercare di restituire il territorio ai cittadini».

È stata una «indagine con metodi tradizionali - ha sottolineato il procuratore, Giuseppe Volpe - perché in quest’area non ci sono collaboratori di giustizia». Gli inquirenti della Dda di Bari hanno, infatti, evidenziato il clima di «omertà, silenzio e totale mancanza di collaborazione" nel territorio del foggiano, dove «dobbiamo ancora una volta constatare - ha detto il procuratore aggiunto Francesco Giannella - che la risposta dal punto di vista della cultura sociale è assolutamente insoddisfacente». Il sostituto Gatti, che ha coordinato le indagini con i colleghi Ettore Cardinali e Luciana Silvestris, ha ricordato la «forte criticità sugli omicidi di mafia garganica, con 300 fatti di sangue dal 1978 ad oggi, l’80% dei quali continua ad essere irrisolto» in una sorta di «dipendenza mafiosa della cittadinanza» nella quale anche «un imprenditore affida le sue logiche di protezione all’organizzazione mafiosa» e nella quale «non manca solo la collaborazione - ha detto Cardinali - ma c'è spesso ostacolo alle indagini».

MOVENTE OMICIDIO UNA RAPINA NON AUTORIZZATA - C'è una rapina in una gioielleria di Monte Sant'Angelo il cui titolare, anziché affidarsi ad una agenzia di assicurazione, aveva scelto di pagare il pizzo al clan Li Bergolis per ottenere protezione, all’origine dell’omicidio di Giuseppe Silvestri, pregiudicato ucciso il 21 marzo 2017 e che ha portato oggi a due arresti.  Il 18 febbraio di quello stesso anno, Giuseppe Dei Nobili, il titolare della gioielleria, subì una rapina per 200 mila euro. La sera stessa il commerciante e sua moglie andarono da Silvestri, al quale - secondo gli inquirenti - pagavano il pizzo, per chiedere conto di quanto accaduto. A commettere la rapina, accertarono poi le indagini dei carabinieri, fu il pregiudicato Carmine Maiorano, vicino al gruppo criminale vietano dei Perna, a sua volta vicino ai Li Bergolis. Silvestri era sospettato di avere fornito un appoggio logistico a chi da Vieste era andato a fare la rapina. A dimostrare la vicinanza tra i due gruppi di Vieste e Monte Sant'Angelo, c'è anche il particolare dell’acquisto dell’abito per il defunto Silvestri da parte delle donne dei Perna.


L’episodio della rapina commesso da sodali del clan che avrebbero dovuto proteggere l’attività, evidenzia «un problema di affermazione del potere dei Li Bergolis nella capitale del clan - ha spiegato il procuratore Giuseppe Volpe - con la credibilità ridotta a zero e una situazione nella quale il clan contrapposto cerca di infiltrarsi, di occupare gli spazi lasciati liberi dagli avversari. E lo fa uccidendo Silvestri». Agli atti ci sono intercettazioni nella quali il gioielliere, il giorno dopo l’omicidio, entra in un bar con la moglie e i due, a voce alta, dicono: «oggi è un giorno di festa, dobbiamo festeggiare»

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