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Il caso

Foggia, contro le «udienze fiume» protestano gli avvocati

Sulla vicenda intervengono la camera penale e l’associazione penalisti di Foggia che lamentano il mancato rispetto del protocollo d’intesa

toghe

FOGGIA - L’Associazione penalisti di Foggia proclama lo stato di agitazione; la Camera penale chiede un incontro con i magistrati per trovare una soluzione: entrambe sono concordi nel dire che bisogna porre fine al protrarsi delle udienze oltre gli orari, che sono indicati nell’accordo sottoscritto un anno fa tra magistrati e Camera penale su numero di processi da trattare e orari limite (vedi articolo a fianco ndr). Il problema è stato sollevato dalla Uilpa-Giustizia in un’intervista al coordinatore nazionale Mimmo Amoroso (cancelliere a Foggia) pubblicata dalla Gazzetta lunedì 1 ottobre. L’Associazione penalisti (costituita un anno fa dalla scissione con la Camera penale) lamenta in una nota il mancato rispetto del protocollo d’intesa sottoscritto il 14 dicembre 2017. Nella lettera inviata a presidente Tribunale, presidenti sezioni penali, coordinatore gip, Ordine forense l’avv. Paolo D’Ambrosio, presidente dell’associazione, ricorda che «già nell’incontro dello scorso 15 febbraio col presidente del Tribunale, questa associazione rappresentò tutte le difficoltà riscontrate nell’attuazione del protocollo e le perduranti criticità dell’intero settore penale.

Nonostante la piena convergenza d’intenti emersa in quell’incontro, a tutt’oggi l’attività del settore penale, e segnatamente, la celebrazione delle udienze penali continua a essere afflitta da gravissime disfunzioni, senza che il protocollo d’intesa abbia ancora trovato piena attuazione da parte dei magistrati giudicanti. I processi davanti ai giudici monocratici» scrive l’avv. D’Ambrosio «continuano ad essere fissati in numero di gran lunga superiore a 30; le udienze continuano a protrarsi ben oltre i limiti di orario previsti, in aule spesso del tutto inadeguate alla trattazione di un numero così elevato di processi: gli avvocati continuano a essere quotidianamente costretti a lunghe ed estenuanti attese; i ruoli di udienza, con indicazione di fasce orarie e processi da smistare, contrariamente a quanto previsto dal protocollo, vengono affissi soltanto in concomitanza con l’inizio della udienza, e non sono mai previamente comunicati agli avvocati, così da aggravare i disagi. Il tutto è poi aggravato dalla carenza del personale amministrativo e dalla costante turnazione dei magistrati giudicanti, che sta diventando un male endemico nello smaltimento dei carichi di lavoro dibattimentali». Da qui «l’invito a presidente Tribunale e presidenti delle sezioni penali a vigilare sulla completa, corretta e regolare applicazione del protocollo d’intesa»; la «richiesta di un tavolo tecnico permanente, che vigili sulla applicazione del protocollo d’intesa e, più in generale, sulle disfunzioni del settore penale»; l’annuncio dello stato di agitazione «con riserva di ogni ulteriore determinazione».

Dal canto suo la Camera penale in una lettera inviata agli stessi destinatari parte da una considerazione: «la regolamentazione delle udienze penali in uno dei tribunali più grandi d’Italia è necessaria quanto l’elettricità per accendere la luce. È impensabile» rimarca il presidente Gianluca Ursitti «che un testimone, un avvocato, un appartenente alla polizia giudiziaria venga invitato a comparire in aula alle 9 e resti sino al tramonto in attesa che sia chiamato il processo cui è interessato. Purtroppo rileviamo quotidianamente una sistematica violazione delle regole che pure erano state condivise, e che erano state già frutto di mediazione e compromessi. Ci sono giudici che oppongono sistematica resistenza all’applicazione del protocollo vissuto con insofferenza, come inutile intralcio in una situazione obiettivamente difficile e disagiata».

Da cosa nascono queste resistenze? «Sappiamo bene che a Foggia» aggiunge il presidente della Camera penale «i processi penali pendenti sono a quota 10mila, e che quindi con carichi di lavoro tali ci possa essere una resistenza ad applicare il protocollo d’intesa con un numero massimo di processi da trattare per ogni singola udienza, ma la cosa più sbagliata è avere una regola e non rispettarla. Peraltro non solo i magistrati ma anche gli avvocati hanno interesse alla definizione in tempi rapidi dei processi. Una soluzione? Potrebbe essere portare da 2 a 3 le udienze a settimana per ogni giudice, anche se mi rendo conto che i magistrati devono confrontarsi con carenza di personale amministrativo ed anche di aule».

Allora cosa fare? «Se il protocollo d’intesa firmato lo scorso dicembre non è praticabile per una serie di ragioni, cerchiamo» la proposta dell’avv. Ursitti «una soluzione comune con i magistrati, perché non si può accettare la mancata applicazione di un accordo che era un compromesso tra le nostre richieste e quanto fosse fattibile. La situazione col protocollo d’intesa è migliorata rispetto a prima, ma siamo ancora troppo lontani dall’applicazione uniforme che chiedevano e chiediamo».

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