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L'inchiesta

Foggia, agguato al cardiologo. Il sicario rinunciò: c'era il figlio

Il delitto commissionato dal fratello della vittima per motivi economici. Assoldato per 5mila euro un albanese che ha confessato

Foggia, agguato al cardiologoSicario rinunciò: c'era il figlio

Il giovane albanese pagato 5 mila euro per uccidere il cardiologo foggiano, dopo il fallimento dell’agguato della mattina del 27 marzo, tornò quella stessa sera in via Vittime Civili e individuò di nuovo il medico sotto casa, ma rinunciò a far fuoco perché la vittima designata era in compagnia del figlio minorenne. Emerge anche questa circostanza dall’inchiesta «Caino e Abele» di Procura e agenti della sezione criminale organizzata della squadra mobile che giovedì ha portato al fermo di tre persone per il tentato omicidio di Massimo Correra, 52 anni, cardiologo dell’Asl, sfuggito alle pistolettate esplose contro di lui la mattina del 27 marzo mentre usciva di casa dal palazzo di via Vittime Civili 56.

L’accusa contro i tre indiziati poggia anche sulle ammissioni di madre e figlio - Haxhire Tusha di 60 anni e Shpetim Rizvani, albanesi residenti in città - finiti in carcere quali presunti esecutori materiali dell’agguato fallito, come in cella è stato portato l’imprenditore agricolo foggiano Maurizio Correra di 53 anni, ritenuto il mandante del tentativo di omicidio ai danni del fratello medico. Secondo Procura e agenti della sezione criminalità organizzata, Maurizio Correra avrebbe commissionato l’omicidio del fratello medico per via di contrasti di natura economica, versando 5mila euro a madre e figlio albanesi, consegnando loro sia la pistola calibro 7.65 usata per l’agguato, sia le chiavi del portone dello stabile di via Vittime Civili, in modo da consentire alla Tusha di nascondersi nell’androne e far fuoco contro il cardiologo quando la vittime le passò davanti.

Ricostruzione del delitto e elementi d’accusa - riprese video, testimonianze, intercettazioni, ammissioni - sono contenuti nelle 15 pagine del decreto di fermo firmato dal procuratore aggiunto Antonio Laronga e dal pm Vincenzo Maria Bafundi che coordinano le indagini e contestano ai tre indiziati il concorso nel tentato omicidio premeditato e il porto illegale dell’arma usata per l’agguato fallito (madre e figlio sono accusati anche di spari in luogo pubblico).

Partendo dai video registrati dalle telecamere di via Vittime Civili, gli agenti della sezione criminalità organizzata della squadra mobile verificarono che «nei pressi dell’abitazione del medico» scrivono i pm nel decreto di fermo «era transitata, nell’imminenza e subito dopo la sparatoria, un’auto verde “Suzuky Swift”. Macchina peraltro successivamente ripresa dalle telecamere anche la notte del 4 aprile 2018, quando fu appiccato il fuoco alla porta d’ingresso dell’abitazione» di un inquilino vicino di casa del cardiologo Massimo Correra.

Si accertò che l’auto aveva targa bulgara, e monitorandone i movimenti si individuò un casolare a Segezia, la borgata a 10 chilometri da Foggia sulla strada per Napoli, dove il 10 maggio i poliziotti trovarono madre e figlio albanesi. «Intuuendo il motivo del controllo» scrivono i pm nel decreto di fermo notificato tre giorni fa ai tre indagati «Shpetim Rizvani decise di rendere ai poliziotti dichiarazioni spontanee, in ordine al proprio coinvolgimento nell’attentato subito da Massimo Correra. Rizvani precisò d’essere stato condannato da un suo amico romeno che lo aveva messo in contatto con un tale Maurizio» (poi riconosciuto in Maurizio Correra) «che gli aveva commissionato l’omicidio di un cardiologo di Foggia, pattuendo in cambio la somma di 5mila euro. Maurizio a tal fine gli mostrò la vittima designata e indicò il palazzo dove abitava, consegnandogli le chiavi del portone d’ingresso di quello stabile e dandogli una pistola calibro 7.65 con 4 proiettili, informandolo che la vittima era solita uscire di casa col figlio verso le 8.10».

Madre e figlio la mattina del 27 marzo avrebbero raggiunto il palazzo di via Vittime Civili alle 8, e fu «Haxshire Tusha ad entrare armata nell’atrio del portone che aprì con la chiave, mentre il figlio attese all’esterno» prosegue la ricostruzione dell’accusa. «Una volta sceso Massimo Correra, la Tushe esplose alle spalle dell’uomo un colpo d’arma da fuoco che non colpì la vittima, fuggita atterrita insieme al figlio; al che la donna, resasi conto di non poter ultimare il proprio mandato in quanto ostacolata dalla presenza di tanti pedoni che affollavano a quell’ora le strade, esplose un secondo colpo soltanto per confondere i presenti e fuggire».

Stando alla ricostruzione di poliziotti e pm, Rizvani «quella sera stessa del 27 marzo intenzionato a completare il proprio incarico, tornò sotto il portone dell’abitazione della vittima che trovò però in compagnia del figlio, ragion per cui desistette». Convocata in Questua «Haxhire Tusha fu informata delle indagini in corso e decise di parlare, confermando la versione resa precedentemente dal figlio. Inoltre in sedi di successivo interrogatorio madre e figlio confermarono le dichiarazioni già rese spontaneamente alla polizia e rappresentarono il timore per la propria incolumità».

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