Sabato 31 Gennaio 2026 | 19:05

Ma se la politica è... «disfunzionale» la democrazia soffre

Ma se la politica è... «disfunzionale» la democrazia soffre

 
Pino Pisicchio

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Pino Pisicchio

La pace? Merito di Trump: decisiva la paura che ha saputo instillare

La «politica disfunzionale» ha perduto definitivamente il suo senso e sembra volgere, come dice il filosofo De Carolis, alla rifeudalizzazione del mondo

Sabato 31 Gennaio 2026, 12:48

Tra le tendenze che sembrano caratterizzare la prassi politica del tempo attuale ci sono almeno un paio di costanti che val la pena di considerare. Una prima è l’approccio digitale, nel senso non solo della presenza pervasiva della tecnologia nella nostra quotidianità, e, dunque, anche nella politica, ma anche di accettazione del suo linguaggio, della sua filosofia, della semplificazione di ogni cosa a misura di algoritmo, per cui s’impone uno schema bipolare nel nostro pensiero che tende a respingere sfumature e toni intermedi. Il risultato è l’esaltazione del bianco e nero e l’abolizione delle tante sfumature di grigio. Che continuano, invece, ad essere il sale del mondo. L’altra costante è la dimensione invariabilmente globale d’ogni accadimento. Qui siamo ben oltre lo sbattimento delle ali di farfalle agitato del meteorologo Lorenz una sessantina d’anni fa: il punto è che la teoria del caos è oggi prassi orientata dalla veloce contaminazione del peggio. Che tende a diffondersi anche nelle più collaudate democrazie.

Vogliamo fare qualche esempio per scendere dalla teoria alla pratica? Pensiamo ai gesti forse minori che sono in grado di raccontare molte più cose di quanto non possa immaginarsi. La signora Machado, l’oppositrice di Maduro insignita di quel Nobel per la pace tanto desiderato da Trump e per ciò stesso non affatto amata dal tycoon, chiede d’incontrarlo dopo il blitz hollywoodiano che ha portato alla cattura del dittatore, probabilmente per proporsi come prossima leader del Paese sudamericano, visto che ormai il Venezuela viene percepito come un protettorato americano a tutti gli effetti e che, per il suo disegno, ci vorrà il beneplacito dei protettori. Ma che fa la Machado per ingraziarsi il suo nuovo mentore? Gli porta a casa il suo Nobel, o almeno la medaglia che lo rappresenta. E di rimando il presidente americano dichiara: «Fantastico gesto!».

Spetterà all’Accademia delle Scienze svedese spiegare che non è possibile regalare il Nobel che, ovviamente, rappresenta un riconoscimento alla persona e non è un bene di scambio. Sembra una pièce di Ionesco, ma in realtà contiene un retropensiero che abbatte il concetto di merito: tutto si può ottenere da posizioni di forza: pagando o minacciando.

Ma c’è un episodio che ha superato questa già consistente surrealtà. Autore Putin. Nell’incontro con i nuovi 34 ambasciatori - tra cui l’italiano, fatto oggetto di un non vaghissimo cenno di larvata minaccia - i media hanno enfatizzato, giustamente, l’atteggiamento anti-europeista che ha sopravanzato tutto il resto. Ma «il resto» del discorso è ancora più surreale del siparietto Trump-Machado. Putin, nei suoi brevi cenni sul mondo, non ha mancato di denunciare la brutta aria che tira per colpa di Stati aggressori che violano l’autonomia degli stati sovrani, come se la cosa non lo vedesse protagonista avanti a tutti. A un certo punto dice: «La diplomazia viene sempre sostituita da azioni unilaterali; invece del dialogo tra gli Stati, sentiamo un monologo da parte di coloro che ritengono accettabile impartire ordini...». Non è il Papa che parla: è il capo del Cremlino che dal 2022 aggredisce e bombarda uno Stato sovrano che si chiama Ucraina!

Se guardassimo queste cose con le lenti di qualche decennio fa parleremmo di gesti che appartengono ad una «politica disfunzionale», che ha perduto definitivamente il suo senso e sembra volgere, come dice il filosofo De Carolis, alla rifeudalizzazione del mondo. Pezzo pezzo, togli oggi, togli domani, facendo sberleffi al diritto internazionale e ai limiti interni ed esterni poste dalle leggi alle egolatrie dei leader, perché non è vero che una volta che sei stato eletto capo puoi fare ciò che ti pare, ecco che siamo precipitati nel buco nero della Storia dove a vincere è il bullo e non la ragione. In fondo a quel buco c’è anche l’ultimo psicodramma della «Groenlandia con le buone o con le cattive», che sfiora l’apoteosi del paradosso: il leader capofila dell’alleanza atlantica minaccia praticamente un pezzo di sé, visto che l’oggetto dei desideri si situa nella Nato ed è, per di più parte dell’alleata Europa . Ma persino la morbida Europa, che non ha mai mancato di far giungere a Washington le sue imbarazzate comprensioni per altre stravaganze, stavolta ha detto no, non si può.

Che dire? Speriamo che la reazione dignitosa dell’UE rappresenti davvero una svolta che si muova a contrasto della disfunzionalità politica che sembra oggi imperare. Sarebbe anche una vittoria del diritto internazionale, iscritto nel dna europeo. Ne abbiamo bisogno come il pane.

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