Sarà più facile far diventare Trump una personcina a modo, che risolvere il problema delle liste d’attesa in sanità. Perché le liste di attesa sono fra quei problemi nei quali la buona volontà o i proclami valgano quanto le tabacchiere di legno al Monte di pietà. In Puglia come in tutta l’Italia. E nonostante la battagliera intenzione del presidente Decaro. Al quale l’augurio di farcela (a nome nostro) è poco più che autotutela. Perché le liste in sanità non sono un problema ma un groviglio. Del resto, problema irrisolto anche a livello nazionale, detto a uso dei professionisti dell’auto-dileggio, quelli «fa tutto schifo qui da noi, ma al Nord altra storia». L’ultimo piano nazionale di questo governo è di poco più di un anno fa. Ma era lo stesso piano fallito fra il 2019 e il 2021, che si rifaceva a norme già esistenti nel 2010, anzi prima nel 2000 e poi nel 2005.
Da Campione d’Italia a Lampedusa, se prenoti oggi una colonscopia, prima di dicembre non ce la fai. Tranne che non vai dai privati. Perché quello delle liste di attesa è un problema prima di risorse, poi di organizzazione, poi di andazzi, poi di privilegi. Quale il piano di Decaro? (Ennesimo piano anche in Puglia, con promesse e impegni rivelatisi negli anni più inani degli ultimi campionati del Bari). All’ingrosso, esami specialistici e diagnostici fino alle 23. Estensione anche a fine settimana. Stretta sulle visite intramoenia. Stretta sulle prescrizioni. Prestazioni «urgenti» entro tre giorni, «brevi» entro dieci.
Allora, le risorse? Sui 30 milioni ricavati da un bilancio regionale col peccato originale come quello dei neonati: 250 milioni di deficit sanitario. E nonostante un livello di assistenza pugliese promosso dalla Corte dei Conti (ad onta di tutti i problemi che noi pazienti conosciamo). Ora può capitare che un paziente qualsiasi finisca in un reparto dal quale voglia fuggire già prima di entrare. Come può succedere che vada in un altro che funziona tanto bene da dire: perché qui sì e là no? E avrebbe ragione. Ma tenere una tac o una endoscopia accese fino alle 23, e di sabato e domenica pure, significa tenere anche personale addetto. Che, quand’anche ci fosse, costa. In una regione che, di costi, ne ha anche uno più inossidabile dei successi di Zalone: i viaggi della speranza, i malati che si vanno a curare fra il Centro e il Nord d’Italia. Una mobilità passiva dall’incredibile cifra di quasi due miliardi fra il 2014 e il 2024, roba di 230 milioni nel solo 2024, l’anno peggiore. Come dire un finanziamento occulto alla sanità del resto del Paese.
Ora nessuno può evangelicamente lanciare la prima pietra. Di fronte alla salute, se uno ritiene che in Lombardia o in Emilia è meglio, la salute è sua. Ma spesso il viaggio riguarda prestazioni che fatte in Puglia non farebbero pentire nessuno. Spesso questi viaggi sono addirittura sollecitati da una macchina propagandistica che neanche una campagna elettorale. Con l’aggiunta di soggiorni di parenti che accrescono il peso. E poi scopri come un celebrato San Raffaele sia sotto inchiesta per l’impiego di personale non all’altezza ma più economico.
A tutti questi costi bisogna aggiungere un dato che disturberà i sopra detti professionisti anti-Sud: la spesa sanitaria dello Stato per ogni cittadino meridionale è più bassa che per uno centro-settentrionale. Perché? Ah, la spesa storica. Come se una porcheria lo sia meno perché è sempre stata fatta. Così uno su dieci rinuncerebbe alle cure. E le troppe analisi e i troppi esami inutili denunciati dall’ex assessore Lopalco? Medici che, più che visitare apponendo le mani sul paziente (e non sentendolo solo al telefono), lo dirottassero verso l’esame o il ricovero a volte per necessità, ma a volte per poco professionale autodifesa. E le visite intramoenia in ospedale? Girandoci intorno con una stretta qui una là, la sostanza resta, e l’impressione anche: l’imbuto. Imbuto di tante più liste di attesa quanto più sono le visite intramoenia. E poi i pronto soccorso. Non solo 116 medici in meno in quelli pugliesi. Ma addirittura l’80 per cento di accessi «inappropriati», cioè raffreddori o mal di testa che dovevano essere curati non in ospedale, ma prima dell’ospedale. Cioè quei pre-ospedali per i quali in Italia si è battuto il record del maggior numero di parole per il minor numero di risultati. Nonostante Pnrr e obblighi annessi.
Fatta la somma (e anche la sottrazione, direbbe Totò), Decaro ci prova davanti a un sistema (nazionale) che, invece di combatterle, le liste di attesa sembra fomentarle (anche con la spesa sanitaria nazionale più bassa d’Europa). Essenziale dirlo al di là del marketing: un tentativo il suo, solo un tentativo. I cui temuti ostacoli potrebbero far concludere che in Italia contro queste liste di attesa non si faccia granché per dirottare tutto verso il privato: pagare per vivere. Ribaltamento della Costituzione. Altrimenti si dovrebbe solo concludere che siamo troppi nonostante lo sciopero delle nascite. Troppi e pure col vecchio vizio di continuare ad ammalaci.
















