Sabato 31 Gennaio 2026 | 11:47

Puglia, le critiche dei medici di famiglia: «Il piano-anti liste d’attesa con quale personale si fa?»

Puglia, le critiche dei medici di famiglia: «Il piano-anti liste d’attesa con quale personale si fa?»

 
Marisa Ingrosso

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Marisa Ingrosso

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Antonio De Maria, segretario della Fimmg Puglia: «C'è una carenza strutturata sia a livello ospedaliero sia di specialistica ambulatoriale»

Sabato 31 Gennaio 2026, 10:06

11:41

Un ambizioso piano per lo smaltimento delle liste d’attesa sta prendendo forma in queste ore alla Regione Puglia, con l’obiettivo di smaltire 16mila prenotazioni con priorità «U», cioè urgenti, e forse 50-60mila prenotazioni «B» (breve), nel giro di 18 mesi. Musica per le orecchie dei cittadini ma, vien da chiedersi, i medici del territorio sono pronti? Sono nelle condizioni di poterlo attuare questo ventilato piano? L’abbiamo chiesto ad Antonio De Maria, segretario regionale della Fimmg-Federazione italiana medici di medicina generale.

«Io credo - afferma - che in assessorato (alla Salute; ndr) e col presidente Antonio Decaro, abbiano fatto le valutazioni in merito alla possibilità, reale, di poter garantire tutto ciò nei 18 mesi. Io pongo solo la domanda: con quale personale si fa? Visto e considerato che, purtroppo, i medici hanno una carenza strutturata sia a livello ospedaliero sia di specialistica ambulatoriale. Anche dal punto di vista sindacale non siamo stati consultati, quindi non conosciamo come verrà strutturata la realizzazione di questo piano per risolvere un problema reale che è sotto gli occhi di tutti. Vedremo».

Qual è il buco di organico?

«Siamo al 50-60 % dell’organico. Già si fa fatica a coprire la normale attività».

In Puglia mancano la metà dei medici?

«Sì almeno un 40% manca. I concorsi che si fanno non trovano risposta nell’adesione, quindi non si riesce nemmeno ad assumere. È un dato strutturale. Provvederanno in altra maniera, forse con gli straordinari».

Sollecitate dalla Regione a presentare un proprio piano, pare che dalle Asl sia venuta anche la richiesta di verificare l’appropriatezza prescrittiva.

«È un discorso molto ampio. Io prendo ad esempio una dichiarazione del presidente Decaro circa il numero degli elettrocardiogrammi che sarebbero stati fatti in un numero importante e che nell’80% dei casi si sarebbero dimostrati “inutili”. Allora, innanzitutto devo osservare che il 20% dei pazienti si è salvato, quindi, grazie a quell’elettrocardiogramma. Dipende come viene letto il dato. Inoltre quell’esame non si fa solo ed esclusivamente in caso di un sintomo diretto di sindrome cardiologica, come un dolore toracico o altri. Dopo che l’esame è stato fatto è facile dire che è inutile, ma soltanto dopo. Lo stesso dicasi per gli interventi del 118 che viene chiamato a domicilio del paziente per un dolore toracico. Lì è la clinica che impone l’esecuzione dell’elettrocardiogramma. Se parliamo di appropriatezza nella richiesta di diagnostica strumentale, ecco forse lì, effettivamente, si può affinare, magari visitando meglio il paziente. Forse qualche esame si può evitarlo. Il tema però è un altro».

Cioè?

«Come Ordine dei medici ho aderito con entusiasmo a una iniziativa della Asl di Lecce che ha mandato un questionario ai circa 6mila medici dell’Azienda. Si chiede al medico, quindi, che cosa si può fare per migliorare l’appropriatezza prescrittiv? È influenzata da problemi medico-legali? Da altro? Per me, se il medico di medicina generale invia (il paziente; ndr) allo specialista per una visita e da quest’ultima emerge che deve essere fatto un altro esame, lo deve prescrivere e prenotare lo specialista stesso».

Lo specialista e non voi?

«Certamente, perché lo specialista, se ritiene di dover prescrivere ulteriori esami diagnostici, lo deve poter fare direttamente e anche prenotando l’esame. Fino a restituire il paziente, passata la fase acuta, al medico di medicina generale che ne gestisce la cronicità. Ma bisogna tenere conto di tutte le situazioni strutturali anche negli studi, cioè noi stiamo spingendo molto per avere gli studi di medicina generale attrezzati in un certo modo, in cui ci potrà essere la presenza dello specialista e anche piccola strumentazione per fare una diagnosi veloce. Faccio un esempio, se viene da me un paziente che potrebbe avere un calcolo renale, per averne la certezza devo prescrivergli l’ecografia. Se, invece, ho un piccolissimo e banalissimo apparecchietto, io posso metter la sonda a livello renale e vederlo se c’è. Non è che devo fare diagnosi o refertazione, ma ciò mi eviterebbe di mandarlo a fargli fare una ecografia e, quindi, di ingrossare le liste d’attesa. Le faccio un altro esempio, a Lecce stiamo cercando di costituire le Uccp, degli Uffici di cure primarie in cui ci sono, nella stessa sede, i medici di medicina generale insieme agli specialisti. E se io ho lo specialista nell’Uccp e so che viene ogni 10 giorni, sono io che gli alimento la calendarizzazione delle visite dei pazienti che ritengo che non possono aspettare, cioè quelli che rientrano in “U”, in “B” o in “D”, che devono essere fatte entro 3 giorni, 10 giorni o entro un mese. C’è un colloquio tra medico di medicina generale e specialista ambulatoriale e, quindi, c’è appropriatezza. Questo è un progetto già approvato dalla Asl di Lecce ed è in fase di realizzazione presso l’ospedale di Galatina».

Quando parte?

«Stanno cantierizzando i lavori, quindi a giugno dovremmo riuscire ad andarci. Noi ci siamo. Ma devo dire che a noi dispiace che, quando si fanno queste cose, anche se il primo movens della clinica sul territorio è il medico di medicina generale, siamo i primi a essere estromessi e non abbiamo la possibilità di dare il nostro contributo costruttivo».

A proposito di «ascolto», hanno risposto dalla Regione alla vostra richiesta di chiarimenti per i 24 milioni che sono stati chiesti ai medici di base per indennità che avreste incassato indebitamente?

«Noi siamo in stato di agitazione e il 31 (oggi per chi legge; ndr) facciamo l’assemblea regionale cui abbiamo invitato l’assessore Pentassuglia che ci ha risposto che dovrebbe essere presente. Quello sarà il primo contatto col nuovo corso e tireremo fuori le criticità dovute ad un atteggiamento monocratico da parte del Dipartimento e a una serie di problemi che attendono soluzione. Un esempio? Se io vado a prescrivere analisi che sono state prescritte, ma che il paziente non ha eseguito perché magari stava male, c’è il blocco e mi si impedisce la riprescrizione. Io dovrei cancellare quella ricetta precedente, ma questo è errato da un punto di vista medico-legale. Queste sono cose che impattano ogni giorno sulla vita dei nostri pazienti e nostre. Ecco perché serve il confronto. Il Sist, il sistema informatico territoriale pugliese, non sta funzionando. È il centro in cui si dematerializza la ricetta e funziona a salti. Problemi quotidiani, serve il confronto. Se qualcuno, invece, pensa di poter gestire la medicina del territorio a botte di decisioni monocratiche unilaterali, il piano è destinato a fallire. Un amministrativo non può comprendere tutto quello che accade. Noi all’assessore Pentassuglia diremo che è necessario il confronto e prima che i provvedimenti vengano presi, perché si rischia il caos».

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