Mercoledì 25 Febbraio 2026 | 14:43

Psicologia della vittoria, oltre le Olimpiadi talento e senso universale

Psicologia della vittoria, oltre le Olimpiadi talento e senso universale

Psicologia della vittoria, oltre le Olimpiadi talento e senso universale

 
Emanuela Megli

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Emanuela Megli

Psicologia della vittoria, oltre le Olimpiadi talento e senso universale

La vittoria non è soltanto il risultato di forza fisica o abilità tecnica: è un fenomeno psichico complesso che coinvolge la struttura interna dell’individuo, la sua storia evolutiva e la capacità di affrontare responsabilità e visibilità

Mercoledì 25 Febbraio 2026, 12:30

La vittoria non è soltanto il risultato di forza fisica o abilità tecnica: è un fenomeno psichico complesso che coinvolge la struttura interna dell’individuo, la sua storia evolutiva e la capacità di affrontare responsabilità e visibilità. Secondo il modello psicodinamico psicoevoluzionista la psicologia della vittoria interpreta il successo come esito di integrazione tra sistemi motivazionali agonistici, affiliativi ed esplorativi (Frateschi M., 2025).

Paradossalmente, ciò che più spaventa l’atleta non è il fallimento o la sconfitta, ma la propria luce: il proprio potenziale, il talento riconosciuto, la responsabilità di eccellere. La «paura della luce» diventa quindi la principale barriera psicologica: mollare, ritirarsi o non esprimersi pienamente appare spesso più semplice e meno rischioso che affrontare le sfide della visibilità e delle aspettative. Questo spiega perché molti atleti di talento, pur fisicamente preparati, non riescano a trasformare il loro potenziale in vittoria.

Lo sportivo che vince alle Olimpiadi incarna un profilo psichico caratterizzato da integrazione e regolazione interna. Il sistema agonistico è attivo ma modulato dal senso di appartenenza al gruppo e dalla capacità di mentalizzazione: l’avversario è stimolo evolutivo, non minaccia identitaria. L’ansia, la paura e la pressione non vengono eliminate, ma trasformate in energia orientata al compito. La resilienza nasce dalla capacità di tollerare frustrazione, differire la gratificazione e mantenere coerenza tra obiettivi personali e aspettative esterne.

Dal punto di vista evolutivo, il successo olimpico rappresenta la piena espressione di competenza integrata e identità matura. La vittoria non è solo trionfo esterno: è la riconciliazione con sé stessi, la capacità di abbracciare il proprio potenziale senza auto-sabotaggio, e di trasformare paura e conflitto interno in performance generativa. Il vincente sa che la luce interiore comporta responsabilità, ma anche possibilità di crescita e autorealizzazione.

Carl Jung ha parlato dell’«ombra», cioè di quelle parti della personalità che rifiutiamo o non vogliamo riconoscere. La paura della luce può essere vista come una manifestazione dell’ombra: evitare di realizzare il proprio potenziale perché implica confrontarsi con responsabilità, giudizi e la propria autenticità. Jung sosteneva che integrare l’ombra è fondamentale per diventare individui completi.

Campbell, nel suo lavoro sul «viaggio dell’eroe», descrive come gli individui spesso temano il pieno sviluppo del loro potere e della loro vocazione. La «chiamata all’avventura» rappresenta metaforicamente la luce interiore: molti eroi rifiutano inizialmente la sfida, proprio per la paura del cambiamento e della responsabilità che la luce comporta.

In questo senso, le Olimpiadi diventano il palcoscenico simbolico della psicologia della vittoria: ogni atleta in gara non compete solo con gli altri, ma con la propria ombra, le proprie paure e il proprio potenziale inespresso. Il successo diventa così un atto evolutivo, una manifestazione visibile della capacità umana di integrare talento, motivazione e regolazione emotiva, e la vittoria olimpica un messaggio universale: affrontare la luce che portiamo dentro è l’ultimo ostacolo verso l’eccellenza.

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