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In Puglia e Basilicata

La riflessione

Quanti rischi nasconde il presidenzialismo

Si discute di Palazzo Chigi ma si pensa  al Quirinale

È un tabù modificare la Costituzione? Non lo è, a condizione che restino accettati i valori e i principi con i riferimenti ideali alle radici storiche dell’impianto repubblicano e la piattaforma anti autoritaria

17 Settembre 2022

Gianvito Mastroleo

Non è la prima volta che in tempo d’elezioni non si parli molto dei programmi delle forze politiche e delle coalizioni per governare, oggi ridottesi a mero espediente valido fino il giorno in cui si vota.

Eppure meriterebbe particolare attenzione la proclamata riforma costituzionale, genericamente declinata come «presidenzialismo»; ma anche quel regionalismo con autonomia differenziata, con i guai che interesserebbero in particolare il Mezzogiorno, e a proposito del quale qualche giorno fa il presidente leghista Zaia ha pubblicamente intimato agli alleati di assumere un irrefutabile impegno. Punto sul quale, purtroppo, anche il PD rimane reticente, per antichi condizionamenti tutti interni.

Ma torniamo al presidenzialismo sostenuto, in particolare, dalla leader di FdI, all’interno di una generica modifica della Costituzione.

È un tabù modificare la Costituzione? Certo che non lo è: a condizione che si espliciti che si tratta della seconda parte, che restino accettati i valori e i principi con i riferimenti ideali alle radici storiche dell’impianto repubblicano e la piattaforma anti autoritaria ben diffusa. E sempre che agli elettori interessati a quella parte affatto secondaria del programma si dica prima di che si tratta: giacché nella cultura costituzionale esistono diverse modalità di presidenzialismo, non tutte compatibili con il sistema democratico al quale il nostro Paese fa riferimento e poi perché quella modifica metterebbe mano ad istituti sensibili, dalle garanzie ai contropoteri.

Ed il metodo: si è sentito parlare di Commissione bicamerale, come se non avessimo sufficiente esperienza di ben tre tentativi falliti, nonostante la presidenza affidata a personalità politiche non proprio di seconda fila.

Spesso per sostenere e rafforzare la questione della «governabilità» del Paese s’invoca il presidenzialismo nella Costituzione, dimenticando che un presidente forte che assicuri un governo altrettanto stabile e forte è esattamente quello che occorrerebbe impedire per il rischio concreto di una deriva autoritaria.

Laddove tutto sarebbe più facilmente risolvibile con una legge elettorale diversa da quella tuttora in vigore, disconosciuta dagli stessi suoi progenitori; e prendendo finalmente atto che il vizio del nostro sistema non è nella Costituzione ma nella disciplina dei partiti, il cui sistema, caratterizzato dalla presenza di molti partiti e molto divisi, progressivamente degenerato per la sempre più accentuata personalizzazione, rimane da troppo tempo in crisi.

Sicchè, per richiamare Enzo Cheli, il problema da affrontare sul terreno costituzionale più che la «governabilità», inseguita invano da decenni, è quello assai più impegnativo e radicale della «sostenibilità» del tessuto democratico assicurata dalla Costituzione vigente, partendo dalla principale delle sue componenti: i partiti politici con la loro disciplina e il modo di porsi rispetto all’elettorato; evitando che la progressiva accentuazione della lotta frontale riduca il conflitto elettorale ad un «gioco per vincere più che procedura per stabilire chi governa».

E comunque, ammesso che si voglia avviare il confronto sul terreno costituzionale, più che una Commissione bicamerale occorrerebbe insediare una agile e qualificata Assemblea Costituente, con personalità riconosciute e menti sapienti, eletta con il sistema proporzionale puro, per la quale sia irrinunciabile riferimento, più che l’interesse di parte quello superiore del Paese, la collocazione nel contesto democratico internazionale, il riconoscimento che la nostra Carta resta l’irrinunciabile derivato dalla lotta per la liberazione e dalla Resistenza.

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