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La «bellezza» della scienza sfida per il futuro

Giornata della Terra: una maratona Tv  su natura e futuro

Sì perché insieme all’euforia e alle emozioni, non c’è stato commento che non abbia fatto riferimento alla indiscutibile bellezza delle immagini catturate, elaborate, ritrasmesse e pubblicate già qualche milione di volte ai quattro angoli della Terra

13 Agosto 2022

Pino Donghi

In un articolo di qualche giorno fa riferivamo della reazione prevalentemente emotiva, anche di molti addetti, alla pubblicazione delle prime immagini trasmesse dal telescopio spaziale James Webb. Ricordavamo come questo fenomenale gioiello tecnologico promette di alimentare la nostra curiosità e, certo, anche le nostre emozioni per i prossimi 20 anni, permettendo quell’avanzamento delle conoscenze che si determina ogni qual volta una nuova osservazione contraddice, superandole, le precedenti convinzioni. È il bello della scienza, così come raccontato anche dal “Galileo” di Bertold Brecht.

Proprio sulla categoria del bello anticipavamo un’ulteriore riflessione. Sì perché insieme all’euforia e alle emozioni, non c’è stato commento che non abbia fatto riferimento alla indiscutibile bellezza delle immagini catturate, elaborate, ritrasmesse e pubblicate già qualche milione di volte ai quattro angoli della Terra.

Arrischierei a dire che se non ne conoscessimo la fonte, difficilmente troveremmo «bello» il gruppo di immagini del «Quintetto di Stephan», della «Nebulosa Anello del Sud», l’ammasso di galassie «Smacs 0723» o il pezzo della «Nebulosa della Carena»: il giudizio, si usa dire, è soggettivo, ma non sembrano tanto diverse da alcune stampe che si trovano in vendita nelle bancarelle di qualcuna delle molte sagre d’estate. Ma, gusti personali a parte, è proprio la categoria del bello che appare impropriamente convocata.

In un volume pubblicato lo scorso anno a firma di Stefano Traini, Le avventure intellettuali di Umberto Eco (La Nave di Teseo), lo studioso ricorda, tra gli interessi pre-semiotici di Eco, proprio l’estetica e lo studio delle avanguardie del ‘900 nella sua Opera aperta, del 1962. Scriveva Umberto Eco nella originale prefazione: «Il tema comune a queste ricerche è la reazione dell’arte e degli artisti (delle strutture formali e dei programmi poetici che vi presiedono) di fronte alla provocazione del Caso, dell’Indeterminato, del Probabile, dell’Ambiguo, del Plurivalente; la reazione, quindi, della sensibilità contemporanea in risposta alle suggestioni della matematica, della biologia, della fisica, della psicologia, della logica e del nuovo orizzonte epistemiologico che queste scienze hanno aperto».

In altre parole, ciò che, tra gli altri, proponevano Joyce e Kafka nella letteratura, Pollock nella pittura, Berio, Stockhausen e Webern nella musica, Munari nel Design, Frank Lloyd Wright nell’architettura, era un’apertura dell’opera d’arte nel senso dell’ambiguità e della pluralità di significati, della molteplicità di letture: e tutto in conseguenza della rivoluzione scientifica dell’inizio del ‘900. Nulla a che fare con il bello, nulla di più lontano.

Più recentemente, anche Paolo Fabbri scriveva come da almeno due secoli le nostre culture, almeno quelle occidentali, dicono di non interessarsi al bello, «A quale artista contemporaneo importa?». Quindi? La mia impressione è che con «bello», con l’emozione estetica traduciamo la meraviglia di un progetto che è costato 11 miliardi di dollari, dove «per un singolo meccanismo che in orbita ha dovuto operare per 5 minuti abbiamo lavorato 10 anni», come ha raccontato Marco Sirianni, che è il responsabile delle operazioni scientifiche dell’Esa (l’Ente spaziale europeo - n.d.r.); interpretiamo come «bello» un aggeggio costruito da noi, con una tecnologia criogenica capace di lavorare nel vuoto cosmico a -217 gradi Celtius, a 1,5 milioni di Km dalla Terra; pensiamo «bello» quello che vediamo sapendo di osservare qualcosa che è successo 13,2 miliardi di anni fa, solo 600 milioni di anni dopo il Big Bang.

È bello perché ci lascia senza parole, a parte l’unica che pronunciamo a bocca aperta: bello! Ma è molto di più. Ed è molto diverso. E se nessuno o pochi, oggi, possono ambire a quella rivoluzione delle arti che ha prodotto l’Ulysses, il dripping, la musica dodecafonica, i mobiles di Calder, pure il tentativo di rispondere alla provocazione del Caso, dell’Indeterminato, del Probabile, dell’Ambiguo, del Plurivalente, la possibile reazione alle suggestioni della matematica, della biologia, della fisica, e anche alle prossime immagini del James Webb telescope, non dovrebbero limitarsi, un po’ pigramente, alla certificazione di un «bello» così come lo si apprezza in alcune proposte didascaliche di «arte&scienza». L’Opera aperta proponeva la continua rottura di modelli e di schemi, contro le soluzioni più sicure e più convenzionali. Uscire, come si usa dire oggi, dalla zona di massimo conforto, può essere utile anche solo osservando la meraviglia che ci arriva dalle profondità dello spazio e del tempo.

Ma quanto sarebbe bello (!) un periodo di nuove avanguardie?

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