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In Puglia e Basilicata

il commento

Quelle sagre dei nostri paesi, feste che ci riportano all'infanzia e alla comunità

Fase 2, in Salento si simula una festa patronale con luci e banda

Foto archivio

Oltre i luoghi superstiti, il filo d'Arianna che ci lega col passato sono le feste patronali, le sagre tradizionali, gli spari e le luminarie, le processioni e le liturgie, le bande musicali e gli spumoni

08 Agosto 2022

Marcello Veneziani

Torno in Puglia dopo una lunga assenza e mi chiedo cos’è per me la terra natia, che lasciai più di quarantanni fa, pur tornandovi sempre. Troppi decenni mi separano ormai dalla vita pugliese, troppi mondi si sono frapposti e sovrapposti a quello originario, troppi morti mi separano da lei. Troppe lontananze. Eppure mi chiedo in questa torrida estate cos’è la Puglia, cos’è la terra natia, che significano questi brevi ritorni, cosa vengo a cercare. Difficile cercare il profumo di un tempo, l'odore del mondo perduto; è ormai un esercizio affettivo di memoria in assenza, che si può praticare anche da remoto. Più difficile ritrovare tramite i superstiti il clima di un tempo, i tipi e gli umori sepolti ormai con la nostra gioventù. Rinfrancano gli abbracci ma bruciano le assenze, i declini e le cancellazioni.

Alla fine, oltre i luoghi superstiti, il filo d'Arianna che ci lega sono le feste patronali, le sagre tradizionali, gli spari e le luminarie, le processioni e le liturgie, le bande musicali e gli spumoni. Sono l'ultima traccia di una comunità viva e dei suoi legami fedeli. Molto di quel fuoco sacro si va spegnendo o va mutando in finto, posticcio, kitsch o in suk, mercatino globale dove i migranti vendono le loro merci come ogni giorno: ma un’anima resta anche se la buccia cambia, qualcosa al suo fondo perdura nonostante le mille storture; riti e sapori, memorie ed eventi ancora risalgono dalle feste di paese. È l’anello nuziale che ci congiunge al nostro paese. Un tempo il meridionalismo laico criticava il sud superstizioso e ignorante che si beava delle feste patronali e riduceva la devozione a «luminarie e spari» come scrivevano Gaetano Salvemini e Gennaro Avolio su La Voce prezzoliniana. Ma se togli pure quello, cosa resta di una storia comune, di una tradizione condivisa, di un popolo in festa tra sacro e profano?

Da qualche anno ci piace dichiararci pugliesi, si riscuotono i complimenti. Non faccio per vantarmi, sono pugliese…
Ma esiste un'identità regionale, un'appartenenza geoetnica o è una pura invenzione anche perché le Puglie sono almeno tre – Daunia, Peucezia, Messapia – e ci sono grandi differenze tra salentini, baresi e garganici, per non dire dei tarantini o dei grici; e differenze ci sono – come del resto ovunque – tra popolazioni rivierasche o dell'entroterra, tra paesani e cittadini? C’è un'identità pugliese e iapigia o è piuttosto la media tra queste entità ristrette e coerenti, locali, provinciali e l'identità più larga di meridionali? Quel che le unisce sono le feste patronali, dove radici cristiane e tracce pagane, precristiane, si intrecciano e fanno risaltare l'identità di una comunità.

Negli ultimi anni la Puglia è passata da terra di lavoro, abitata da fatigatori del mare e della campagna, più artigiani e mercanti, a terra ludica, abitata cioè da vacanzieri, ristoratori, ballerini e canterini, e grandi organizzatori di feste, soprattutto nuziali. La Regione della Festa, in cui si viene o si torna per festeggiare qualcosa e qualcuno; la terra della ricreazione, anche al cinema. La checcozalonia. Ma combinandosi alle feste profane perdurano le feste dei santi.

La tradizione non è il culto delle ceneri ma è la fiamma che arde, come i fuochi dei palloni aerostatici «a devozione».
Temo che la Puglia abbia acquisito nel tempo un'identità riflessa: ossia gli stessi pugliesi finiscono per credere che l'identità pugliese sia quella che viene percepita dai suoi visitatori e avventori. Sono loro, con le aziende turismo e soggiorno, a darci un’identità, a identificarla in usi, oggetti e pietanze di culto; cose a cui noi non davamo particolare importanza, che ritenevamo accessorie, marginali, non centrali o sostanziali. La Puglia è come ci vedono gli altri.

Ma quella autentica, allora qual è, dove si nasconde? Nell'ambito più strettamente locale, non «regionale»: il paese natio, il dialetto natio, le consuetudini locali, rionali, famigliari. E nelle feste patronali, le sagre paesane che sono viaggi identitari nel passato di un paese ma anche nell'infanzia di ciascuno.

Alla fine gli impulsi vincono sulle perplessità: il conato a tornare nella terra natia, la voglia di rivedere quel che non c'è più, l'istinto di ritrovare un'origine, un punto di approdo, il desiderio di rendere circolare la nostra vita anziché perdersi nell'infinito.
Il bisogno di una festa che possa ricucire una comunità e riprendere mano nella mano il suo cerchio. Così torniamo a casa, anche non c'è più una casa e non ci aspetta nessuno. Ma è bello e necessario avere un luogo che senti come la tua casa. E passare sotto l'arco acceso di una luminaria è come la soglia magica per entrare in un mondo antico, santo e festoso, reale e favoloso.

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