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In Puglia e Basilicata

La riflessione

«Mancano lavoratori» siamo sicuri che la colpa sia dei lavoratori?

cameriere

Uno dei tormentoni di questa estate siccitosa è la scoperta del lavoro che c’è ma dei lavoratori che mancano. Sì, è proprio così: scarseggiano le braccia

02 Luglio 2022

Michele Partipilo

Uno dei tormentoni di questa estate siccitosa è la scoperta del lavoro che c’è ma dei lavoratori che mancano. Sì, è proprio così: scarseggiano le braccia. La voglia di tornare a viaggiare, a incontrarsi, ad andare in vacanza, complici le fake news che il Covid è finito, ha messo in crisi gli imprenditori del settore estivo. Dalle spiagge senza bagnini ai ristoranti senza cuochi né camerieri, dagli alberghi sguarniti alle compagnie aeree senza hostess né steward è un rosario di richieste senza risposte che attraversa tutto lo Stivale.

Il problema è stato subito affrontato sui social e negli immancabili talk show televisivi, naturalmente con quella logica divisiva e inconcludente tipica di una società che ormai ragiona col codice binario: bianco o nero, buono o cattivo. E così alla fine la questione continua a ingrossare le file di chi sostiene che i lavoratori non ci sono perché le paghe sono basse, più basse degli stessi 600 euro garantiti dal reddito di cittadinanza e chi ritiene invece che i giovani non vogliano sacrificarsi, non vogliano sgobbare in ore e giorni in cui gli altri si divertono.

Una parziale verità alberga in entrambe le posizioni, nel senso che molti imprenditori pagano retribuzioni da fame per 8-10 ore di lavoro che si protrae fino a notte o si svolge in giorni festivi. Ma è vero anche che la società dello spritz non incentiva alla fatica né alla disciplina che qualsiasi lavoro richiede.

L’altro giorno è morto Leonardo Del Vecchio, uno degli imprenditori più ricchi del pianeta e che ha dato benessere a centinaia di migliaia di persone. Del Vecchio era cresciuto in orfanotrofio dopo la morte del padre, pochi studi e da subito al lavoro come garzone. Non conosceva l’inglese, ma chiudeva contratti vantaggiosi con i più grandi gruppi industriali del suo settore. Un genio? Senz’altro, ma anche un uomo che non si era arreso né alle difficoltà della vita né alla logica delle raccomandazioni. Nel suo percorso ci sono molti aspetti che dovrebbero far riflettere.

Cominciamo dai giovani. Ci fu un tempo in cui durante le lunghe vacanze estive i ragazzi non stavano seduti ai tavolini davanti ai bar. Ma avevano un’occupazione che offriva loro due opportunità: imparare qualche mestiere e magari scoprire una vocazione nascosta, misurarsi con il lavoro e con la serietà che esso richiede. Si andava a bottega dal falegname, dalla sarta, dal barbiere, si dava una mano nei campi ai genitori o nelle aziende di famiglia, si serviva ai tavoli di bar e ristoranti. Tutto gratis o per compensi simbolici. Si dirà: sfruttamento minorile e oggi quest’accusa rischierebbe l’artigiano che ci provasse. Certo, qualche caso c’era, ma c’era libertà di mollare e di fare altro. In cambio frequentavi una scuola di vita fatta di esperienza e non di smartphone e c’era la trasmissione di un sapere che difficilmente si sarebbe potuta realizzare in altro modo. Quanti ex garzoni, quanti giovani muratori oggi sono imprenditori e mettono a frutto quello che hanno imparato da ragazzini? Ai nostri giorni molti giovani si arrangiano con le consegne a domicilio (in Italiano delivery): ma non imparano nulla, perché nessun sapere viene trasmesso.

Il dramma della scuola è che non riesce a formare né le competenze per le attività più specializzate ma nemmeno quelle per fare l’artigiano. Ergo un idraulico bisogna prenotarlo come se fosse un volo su Marte e pagarlo come il luminare dei trapianti. Eppure, nonostante la rivoluzione digitale, nelle nostre case tubi, rubinetti e wc è prevedibile che restino per parecchio. Così come resteranno a lungo porte e finestre, mentre i serramentisti – soprattutto se installatori – sono più rari di una vittoria della Nazionale. Qualcuno, cioè uno dei tanti ministri e ministrucoli che si sono succeduti in viale Trastevere, si è mai preoccupato di questo?

E veniamo agli imprenditori, una vasta platea che spazia tra i più vari settori produttivi e quindi anche con esigenze diverse. Ma una è diventata comune: l’assenza di personale, sia qualificato che generico. Tutti scaricano le colpe sul reddito di cittadinanza, della serie sempre meglio che lavorare. In certa misura è vero: il reddito di cittadinanza – escluse le truffe dei soliti disonesti – ha reso evidente che le buste paga italiane sono troppo basse. Ma non vale solo per loro. Le compagnie aeree a basso prezzo (e quindi non il pizzaiolo con due dipendenti) pagano stipendi da fame, con un continuo avvicendamento di personale. Nessuno può avere un progetto di vita facendo la hostess low cost: può andar bene per qualche stagione, fare un po’ d’esperienza e perfezionare l’inglese. Stop. Viene in mente una domanda: ma in caso di emergenza, questi equipaggi di venditori di profumi e biglietti di lotterie, sono in grado di aiutare i passeggeri in difficoltà?

Alla fine la constatazione, amara, è una sola: il cambiamento è benvenuto se è governato. Se invece andiamo al suo rimorchio la battaglia è persa e andremo rincorrendo sempre le emergenze. I nostri politici non sembra l’abbiano capito e preferiscono giocare a fare e disfare alleanze, partiti e governi. Salvo poi discettare sui social e in Tv sui problemi di cui sono i maggiori responsabili. Passerà pure questa estate senz’acqua e senza camerieri.

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