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Ucraina trionfatrice

Eurovision 2022, la vittoria dei Kalush riscatto o contentino?

Eurovision 2022, la vittoria dei Kalush riscatto o contentino?

Russi out: furono esclusi all’indomani dell’avvio dell’«operazione speciale». Potrebbe aver influito soltanto il fattore guerra

16 Maggio 2022

Graziana Capurso - Michele De Feudis - Leonardo Petrocelli

La vittoria dei Kalush, riscatto o contentino? (di Graziana Capurso)

Diciamolo senza mezzi termini. La vittoria dell’Ucraina all’Eurovision va ben oltre la musica. Anzi, forse la musica non la prende per niente in considerazione.

In una finale che ha fatto registrare un boom incredibile di ascolti (su Rai1 è stata seguita da 6 milioni 590 mila telespettatori pari al 41.9% di share), non poteva che essere l’Ucraina rappresentata dai Kalush Orchestra con la loro Stefania, a trionfare nella 66esima edizione dell’Eurofestival. Una vittoria quasi scontata, premiata in particolare dal pubblico a casa che ha fatto balzare al primo posto la band con 631 punti, assegnati dalla giuria e dal televoto. Di brani che meritavano la vittoria, possiamo dirlo, ce n’erano tanti e di migliori. Basti pensare al secondo classificato, l’inglese Sam Ryder con la sua Space man o alla caliente SloMo della cubana Chanel, per non parlare dei brani della Serbia e della Svezia, o dei nostri Mahmood e Blanco arrivati sesti.

Una gara resta pur sempre una gara e il pubblico sovrano decide. La domanda però sorge spontanea: questa vittoria è un contentino dato all’Ucraina per lavarci la coscenza? O a primeggiare è stata realmente la musica? Decidiamo. Se, al netto dell’orgoglio patrio, pensiamo che alla gente che vive nei bunker, scansando le bombe e che non sa che fine farà domani, possa importare qualcosa di un concorso musicale in tv, è un conto.

Se accettiamo invece che l’Eurofestival è un evento non solo musicale (come Sanremo), allora quella di Kiev probabilmente diventa una bella vittoria. Un segno di solidarietà che non sposterà nulla, vero, ma che almeno denota un briciolo di umanità. Certo, a fronte di un intento politico, sarebbe stato meglio prevedere un’esibizione di russi e ucraini insieme, giusto così, per far capire che la musica unisce e non divide. Benvenuti nel Truman Show: qui tutto è vero, reale e controllato o deformato dalla lente del perbenismo. Tocca a noi scegliere il punto di vista.

Il miracolo impossibile della musica, tingere di arcobaleno il battaglione Azov (di Michele De Feudis)

Rune e kalashnikov con sottofondo musicale di «Gelato al cioccolato», cantato - of course - da Cristiano Malgioglio. A volte la realtà supera la letteratura o sembra (quasi) materializzare in maniera sorprendente le suggestioni dei romanzi. E’ così il popolo del festival più arcobaleno d’Europa, l’Eurovision, si schiera al fianco del Battaglione Azov, unità militare ucraina di acclarate simpatie di estrema destra, invitando l’Europa intera ad andare in soccorso dei soldati assediati dai russi nei bunker dell’Azovstal di Mariupol.

Ritorna alla mente la gioiosa allegoria che anima la trama del libro 1973. Rock'n'roll, nazisti e Monty Python (è stato in corsa per lo Strega 2022), surreale racconto per Round Robin Editrice, firmato da Pierluca Pucci Poppi, corrispondente italiano del settimanale reazionario francese Valeurs Actuelles, e Federico Bonadonna, collaboratore de il manifesto: con una formidabile scrittura a quattro mani hanno dato vita ad una storia imprevedibile, con un nazismo versione gaio-rosa, guidato nel dopoguerra dal führer del Reich, Ernst Röhm… Un retrogusto inafferrabile, però, resta. E’ solo il prisma deformante dello spettacolo a trasformare in slogan post esibizione il dramma di soldati che da un mese lottano - senza vedere la luce del sole - tra gallerie e cunicoli, per difendere la propria patria. La guerra, contaminata dallo showbiz che annacqua identità e ideologie, diventa intrattenimento con una spruzzata di tifo, un po’ di universalismo e due dita di pacifismo. Fino al miracolo del Battaglione Azov colorato di rosa o di arcobaleno. Fino alla prossima hit.

Ora sì che l'Ucraina è un paese europeo (di Leonardo Petrocelli)

Non è mai semplice etichettare i popoli ma ora una certezza si è consolidata. L’Ucraina è davvero sulla buona strada per diventare, a pieno titolo e senza bisogno di riforme, un Paese occidentale, se non proprio europeo. Pensateci un attimo: il presidente Volodymyr Zelensky - prima che un politico, un attore di indubbio talento (un attore...nato, direbbe qualcuno) -, mentre mezzo Paese salta in aria sotto la gragnuola delle bombe russe, invita i cittadini europei a votare per l’Ucraina all’Eurovision, nemmeno fosse un referendum continentale sulla guerra o un’Assemblea delle Nazioni Unite allargata al volere popolare.

C’è da stupirsi, ma fino a un certo punto. Proprio sulle gambe dell’Eurovision aveva camminato la prima risposta europea all’invasione russa. Il 24 febbraio Putin dà il via all’«operazione speciale», il 25 - prima di ogni altra cosa - si certifica l’esclusione dei russi dalla gara canora, quasi lo smacco dovesse far tremare i polsi allo Zar e gettare quelli del Cremlino nella più nera disperazione. Putin avrà cestinato la mail nello spam, in Occidente qualcuno avrà immaginato di aver inferto un colpo mortale. Il che mette i brividi. Perché questo eterno armeggiare col superfluo, spacciandolo per essenziale, ci racconta di un Occidente invecchiato bambino, infantile nello spirito, tutto perso nell’esaltazione dell’irrilevante e nella retorica puerile del «dare un segnale» (segnale che, sia detto per inciso, non ha mai sortito alcun effetto). Il magistero di Netflix come decalogo di valori, l’Eurovision come acme geopolitico. Siamo questo, ahinoi, e poco altro. Speriamo che, quando si tratterà di affrontare la Cina, non venga in mente di metterla al tappeto escludendola dai tornei di ping pong.

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