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Dal virus alle bombe: così finisce l’infanzia dell’Occidente

Dal virus alle bombe: così finisce l’infanzia dell’Occidente

Essere sotto i riflettori non è più una garanzia, non dissuade più. Basta vedere i talk show in tv: vince il peggiore, anzi viene invitato apposta. Invece di affermare, il tipo si afferma

06 Maggio 2022

Lino Patruno

Il segnale è stato la mascherina che non abbiamo tolto. Ma mica per il Covid. Non l’abbiamo tolta per la guerra. Insomma non l’abbiamo tolta perché siamo ancora tutti in difesa come quando le squadre di calcio facevano il catenaccio. Perché non puoi fare finta di niente se, dopo due anni di virus, ti capita una Ucraina che sembra faccia ricominciare tutto daccapo. È come se avessimo perso l’innocenza non solo dell’inevitabile eterno progresso, domani sarà meglio di oggi. Ma del fatto che non ci potesse succedere. Una pandemia come se stessimo nel Medio Evo. E una guerra quando ci sentivamo tutti garantiti che no, meno che mai in Europa potrebbe avvenire.

Il risultato è la mascherina conservata dopo averla tanto imprecata. E dopo aver tanto giurato che, vedrai, quando tutto sarà finito. Ma, finita una ondata, è cominciata l’altra. E ancora siamo lì, in un tempo supplementare continuo. E poi, la guerra: impossibile al tempo delle atomiche, la certezza che a nessuno verrà in testa di distruggere il mondo distruggendo sé stesso. Caduta l’illusione di una convivenza garantita dalla deterrenza nucleare. Anzi Putin non è che se lo sia lasciato sfuggire, non si può escludere una bombetta del genere. Ma così, poca roba, al massimo solo mezza Ucraina incenerita.

Né, diciamoci la verità, si potevano immaginare atrocità da secoli delle barbarie. No, oggi si fa la guerra intelligente, tutto droni e mani pulite. E un solo morto è già uno scandalo. E poi, sotto gli occhi del mondo, ci sono satelliti che dallo spazio vedono fino a 40 centimetri di distanza, figuriamoci. C’è Internet. E ci sono i cellulari che subito mandano sui social, la guerra in tempo reale diffusa da una parte all’altra del globo. Eppure qualcosa deve essere successo nel genere umano se è andata come quando nelle strade ci sono le telecamere di controllo: io rapino e uccido lo stesso.

Essere sotto i riflettori non è più una garanzia, non dissuade più. Basta vedere i talk show in tv: vince il peggiore, anzi viene invitato apposta. Invece di affermare, il tipo si afferma. Non siamo allo scemo del villaggio preannunciato da Umberto Eco, ma certo lì lì. Prima i virologi, ora gli strategici. La linea della tollerabilità sempre un po’ più avanti. Quella del disgusto sempre un po’ più indietro. E più aumentano gli impostori, più diffidiamo di tutto. Se non lo possiamo accettare, teniamoci la mascherina. O sotto sotto speriamo nell’uomo forte che per un po’ metta tutto a posto. Diciamo alla Putin? Pur essendo sempre la democrazia il migliore dei governi possibili.

Del recente sogno del mondo aperto, resta il web. Ma non impedisce che si passi dalla globalizzazione alle autarchie. Meglio tenersi tutto in casa, piuttosto che rischiare in posti meno costosi ma non si sa domani. Meglio rinunciare a qualcosa, piuttosto che dipendere da pochi oligopoli che controllano troppo per non tentare di strangolarti al momento opportuno. Meglio rialzare qualche muro, piuttosto che trovarsi un carro armato alla porta. Meglio aderire a un’alleanza militare, piuttosto che contare nella propria ex splendida neutralità. Dal paradiso perduto della caduta delle frontiere, alla scoperta del grande inganno.

Eppure l’energia garantita è sempre stata una illusione. Dal «tutti a piedi» delle guerre del Golfo, al sole e al vento al posto del petrolio. E quanto al gas, perché la fine delle armi mi deve costare un grado di temperatura in meno in casa? Infranti troppi tabù perché per l’Occidente non sia arrivata la fine dell’infanzia. E per l’Europa l’ora di non contare sempre sul sangue delle Normandie per poi sparare comodamente sullo zio Sam. Troppo di ciò che finora era impossibile, è stato ora possibile. E anche la normalità, come il futuro, non è più quella di una volta. Il Covid ci ha tolto le strette di mano e gli abbracci, i volti e le presenze, i cinema e i viaggi, l’intimità e la fiducia reciproca. Il martirio dell’Ucraina ci ha tolto la pace, meno scontata e meno per sempre. Ci ha tolto la convinzione che la storia non potesse più ripetersi. E l’Ucraina siamo noi. Ne usciamo un po’ disillusi, un po’ depressi, un po’ allarmati, un po’ invecchiati. Ne usciamo, anzi ne entriamo in emergenza permanente. E con un diverso modo di essere giovani per i nostri giovani. Abbiamo scoperto un mondo troppo in maschera perché non si debba ancora per un po’ conservare tutti la mascherina.

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