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Pinocchio del Collodi aveva marinato la scuola. Pin del Calvino era scappato via di casa rincorso dalla sorella per aver commesso una delle sue marachelle. Pin era orfano e viveva con una sorella, Pinocchio del Collodi era orfano di madre e viveva col padre e non aveva né sorelle né fratelli. Pinocchio, con l’abnegazione di suo padre Geppetto, veniva trascinato a scuola mentre di Pin non si occupava nessuno, neanche la sorella Rina, detta di Carrugio Lungo.
Pin e Pinocchio si incontrarono nella piazza del paese. Fu Pinocchio per primo a salutare Pin, che sembrava molto stanco. «Ehi Ehi, tu ragazzo chi sei, che ci fai da queste parti» – chiese Pinocchio rivolgendosi a Pin - . «Sono Pin del Calvino e sono scappato di casa perché mia sorella mi ha accusato di aver rubato la pistola ad un suo amico, un marinaio tedesco, mentre, invece, io, ti assicuro, non ho preso niente.» «E tu chi sei, come ti chiami ?» - domandò Pin -. «Io - rispose un po' confuso Pinocchio – sto andando al Paese dei Balocchi. Sto cercando però, di vendere l’abbecedario -. » «Il Paese dei Balocchi, l’abbecedario. E cos’ un abbecedario» – replicò Pin -. «Come spiegarti – tentò di chiarire Pinocchio -. Diciamo che l’abbecedario è il libro che porto a scuola e che mi serve per fare i compiti e per capire le cose che spiega la maestra.» «Mi dispiace ma non capisco – replicò Pin -. Non sono mai stato in una scuola, non ho mai fatto i compiti. Perciò caro amico, ti saluto. Vado per la mia strada. Tu sei uno che sa le cose e io non so niente. Quindi me ne vado. Ti saluto.» «No ! No ! Pin, non andare via, ti spiegherò poi. Adesso vieni con me, - insistette Pinocchio - andiamo a vendere l’abbecedario e poi con quei soldi compriamo i dolci. Ti va ?» «Ci siamo appena incontrati, non mi conosci, non sai chi sono – ribadì Pin -. Non vendere l’abbecedario, vai a scuola e fai contento tuo padre.»
Mentre discutevano una musica ammaliante raggiunse le orecchie dei nostri piccoli. Così, d’un tratto, si convinsero di seguire quella musica dolce di pifferi e tondi di grancassa. Giunsero in una piazza piena di gente, con un gran baraccone dai mille colori. E Pinocchio s’informò da un ragazzetto che cosa stesse accadendo. «Qui - confermò il ragazzetto - c’è il Teatro dei Burattini. Se vedessi lo spettacolo ti divertiresti, alquanto – concluse il ragazzetto Cirilì – ». E Pinocchio replicò: «Senti Cirilì mi vorresti dare quattro soldi per il mio abbecedario ?» «No ! – affermò deciso Cirilì -. Non compro niente. Non ho soldi. E non compro nulla dai ragazzetti come te.» «Per quattro soldi l’abbecedario lo prendo io» - gridò un venditore di panni usati - che aveva ascoltato quanto stavano dicendo i ragazzetti. E Pinocchio vendette l’abbecedario, su due piedi. E pensare che quel povero Geppetto era a casa in maniche di camicia e tremava di freddo perché aveva venduto la sua giacca per comprare l’abbecedario a suo figlio. «E ora andiamo – disse Pinocchio al suo amico Pin -. Andiamo a mangiare zucchero filato e dolci. «Pin, - un poco sorpreso rispose – sì va bene.» «Affrettiamoci – continuò Pinocchio – perché ho una gran fame.» Mentre mangiavano il dolce Pinocchio chiese: «Ma tu cosa fai se non vai a scuola ?» «Io sto con i grandi del paese – rispose Pin- . Ascolto quello che dicono, tipo le bravate che fanno la notte in giro per le campagne, i furti che fanno nelle case, le esperienze vissute in carcere. A me piace ascoltarli e da loro imparo sempre qualcosa per questo non li abbandono mai. Sono loro la mia scuola.» «Certo, certo, ma anche io vivo con grandi un po' bugiardi ma non li ascolto e molto spesso ricevo grandi delusioni – concluse Pinocchio -.» «Sono d’accordo con te. Comunque qual è la più grande bugia che hai detto ?» – chiese Pin -. E Pinocchio annunciò: «La più grande bugia che ho detto riguarda la lunghezza del mio naso. Ho sempre negato che il mio naso s’allunga e s’accorcia a secondo delle bugie che dico e della gravità delle stesse. Si, Pin, confesso a te che la lunghezza del mio naso dipende dalla cattiveria contenuta nelle bugie che dico.» «Guarda, guarda, - rispose Pin - solo ora mi rendo conto della lunghezza un po' strana del tuo naso. Comunque io la bugia più grande l’ho detta quando ho mentito di aver rubato la pistola al marinaio tedesco che stava a casa con mia sorella. Sì, una bugia grave perché io ho rubato la pistola e l’ho nascosta nei nidi di ragno, dove nessuno avrebbe potuto trovarla.» «E bravo, bravo ! Pin del Calvino, bravo !» «Ti ringrazio per i complimenti – aggiunse Pin – ma a me dire le bugie mi ha stancato. Anche quando ho fatto scherzi malefici a Pietrochiodo, il mio padrone, ho provato un certo piacere a combinare disastri. Ma credo che ora dovrò darmi una regolata.» «Pin, anch’io devo confessarti una cosa di cui mi vergogno – replicò Pinocchio- . Io ero un burattino, una marionetta di legno. E come mi divertivo vivendo nel Gran Teatro dei Burattini. Poi chissà perché e per come, anche con l’aiuto di Mastro Geppetto, mio padre, sono diventato come te, in carne e ossa – concluse Pinocchio - .» E Pin rispose: «No ! Non ci credo ! Questa sì che è una bella bugia. Ma dove l’hai trovata questa favola» – confermò Pin un poco infastidito -. Eppure adesso sappiamo di quanto le abbiamo sparate grosse. E tu che fai mi spari questa fandonia ?» «Eppure, caro Pin devi crederci, io sono nato da un pezzo di tronco di ciliegio e poi ho avuto gambe e corpo e testa e cervello, e mani e piedi e braccia e un po' di gioia che mio padre mi ha regalato dandomi una casa, il cibo, vestiti e scuola.»
Mentre stavano discutendo apparve una fata. Nel vederla Pinocchio subito la invitò a dire la verità. Era la Fata Turchina che rivolgendosi a Pin disse: «Caro il bel Pin del Calvino, devi sapere che è vero quello che dice il tuo amico Pinocchio. Sì, lui è stato un burattino di legno. E ora è un ragazzo come tutti quanti gli altri.» E con un colpo di bacchetta magica la Fatina Turchina trasformò il povero Pin in un burattino di legno dal naso lungo. E Pin nel vedersi così trasformato replicò: «Fatina della Turchia, grazie per avermi cambiato i connotati. Era quello che io andavo cercando. Grazie. Anzi posso dire che mi sento meglio. Essere di legno aiuta a non accusare nessun dolore. Non sento neanche il cuore battere. Ditemi che sono orfano ? Non piangerò. Ditemi che sarò imprigionato e ucciso dai tedeschi? Non m’importa. Ditemi che mia sorella, la Rina del Carrugio Lungo sarà uccisa dai fascisti ? Io non soffro. Non soffro più, grazie per il miracolo. Ero troppo piccolo per vedere quello che ho visto e quello che ho passato. Non avevo più la forza di sopportare tutto quel dolore. Ed eccomi felice per essere diventato di legno.»
La Fata Turchina, che si aspettava pianti e resistenze da parte di Pin rimase esterrefatta nel vederlo per niente spaventato dal grande cambiamento. E Pinocchio disse: «Pin hai visto com’è bello essere di legno ? Anch’io desideravo rimanere di legno per tutta la vita e invece il mio babbino mi ha reso un bambino uguale agli altri. Ed è stato allora che ho cominciato a vivere, respirare, soffrire, e soffrire e che sofferenza !» «Ben benone, vi saluto – disse Pin -. Lasciatemi alla felicità legnante, e buona fortuna !» «No ! No ! Pin – insistette Pinocchio - non allontanarti. Resta con me ! Non vedi che Fata Turchina è sparita ? Ti devo spiegare cosa significa essere di legno, immagino che desideri saperlo, oppure no ?». «Sentiamo, sentiamo – rispose Pin – dimmi, allora cosa mi è utile sapere in merito all’esistenza legnante !» «Dunque, devi sapere che il naso è lungo e devi fare attenzione a non dire bugie. Poi se dovessi perdere qualcuno o qualcosa piangerai lacrime grosse come se fossi di carne. Per esempio quando ero di legno, quando pensavo alla mia mamma ho sempre pianto per la sua mancanza.» «Allora cambia poco – rispose Pin – cambia pochissimo !» «Certo, credo proprio di sì – confutò Pinocchio - . Per esempio non devi rubare, ti scoprono e vai in carcere. Se prendi in giro le persone non soffri ma ne risentono quelli che vengono aggirati e canzonati. Non devi mai pensare ai nonni altrimenti piangi continuamente. Tu non hai padre ma non devi offendere tua sorella, soffriresti.» «Soffrire per mia sorella – disse Pin impermalito -. Neanche per sogno.» «E invece sbagli. Le perdite dei fratelli e delle sorelle si piangono, eccome. Fai attenzione, mio piccolo burattino Pin. Stai scherzando col fuoco. A proposito – aggiunse Pinocchio – il tuo maggior nemico è il fuoco. Sei di legno, e allora ? Stai lontano dal fuoco altrimenti non avrai nessuna possibilità di salvezza. Il fuoco, tuo maggior nemico, ti ridurrebbe in cenere.» «Capisco, capisco. Farò attenzione.» «Fai bene a renderti conto dell’avventura da burattino che d’ora in poi sarai costretto a vivere». E aggiunse: «Mi racconti della pistola e dei nidi di ragno? È una storia vera ?» «È una storia vera. Certo che è vera ! – chiosò Pin - .»
E d’un tratto apparve una mongolfiera guidata dal Barone Rampante, Cosimo Piovasco di Rondò, che avvicinandosi ai due ragazzi li fece salire a bordo conducendoli sul luogo dove Pin aveva nascosto la pistola rubata a Frick, il marinaio tedesco. Cosimo li aiutò a scendere e disse che se avessero lanciato un segnale di fumo lui sarebbe tornato a riprenderli. E così Pin riuscì a ritrovare il sentiero dei nidi di ragno. E presa la pistola tra le mani la sottopose alla visione di Pin e disse: «Ecco la pistola del soldato tedesco. Ecco la mia verità !» «D’accordo – rispose Pin – ti credo. E adesso che facciamo ?» E Pinocchio: « Presto tornerai con sembianze umane. La Fata Turchina ti aiuterà. Nel frattempo torniamo sulle colline sanremesi dove imperversa la lotta di resistenza contro i tedeschi. Andiamo incontro a Cugino, il mio vecchio amico, a Lupo Rosso con cui sono evaso dal carcere tedesco e continuiamo la lotta. Caro Pinocchio, una nuova lotta ci aspetta. Un nuovo nemico oscuro abita le colline, le strade, le case e le città d’Italia. Andiamo, sarà ora di stringere i denti e lottare.» «D’accordo – rispose Pinocchio - sono pronto a fare nuova resistenza.» E così, pieni di speranza e di fiducia, si avviarono verso le colline.

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