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L’arte fatta... con le dita. Un ricordo di Dino Clavica

Oggi due iniziative in rete a lui dedicate

Addio a Dino Clavica, l'arte è un'acrobazia del cuore

BARI - «Sai, ci son rimasta male/ sei su un’astronave, a un milione di anni luce da me/ E ti sento da qua/ anche se alzo la musica/ C’è un motivo se mi stai pensando».
D: «Hai sentito l’ultima canzone di Coez, con Gianna Nannini?
MG: «È il contrario. La canzone è della Nannini e la canta con Coez»
D: «Vabbè, sempre bellissima è». Sono gli ultimi giorni di un anno stupendo, il 2019. Ci si poteva abbracciare, baciare, abbuffarsi di popcorn al cinema, cantare in cinquantamila in uno stadio - sembra strano, sembra una vita fa.
Bari si prepara al suo tempo sospeso tra il sacro del culto antico per San Nicola, e il profano del Natale pop, con le luminarie e l’albero di Natale gigante in piazza. Il 5 dicembre 2019 c’è un motivo in più per festeggiare: dopo 9 anni riapre il Teatro Piccinni, un momento tanto atteso in città. Dino Clavica è andato via in quel giorno pieno di festa.

Originario di Francavilla Fontana (Br), l’artista eclettico, presidente dell’associazione Veluvre-Visioni culturali, l’amico fraterno di tanti, l’eterno ragazzo con gli occhi pieni di mare e i capelli in armonia con il vento, dagli innati modi gentili, ci lasciava per un malore improvviso, a soli 43 anni. Il ricordo, può sembrare scontato dirlo, è vivo. Nel caso di Dino, però, nulla era scontato, a partire dall’originalissimo modo in cui esprimeva la sua arte, quello spirito di libertà che gli urgeva dentro e che trovava nella compiutezza gestuale di un tratto, di un disegno fuori dai canoni, di un manufatto digitale estremamente contemporaneo, di accostamenti audaci, gli spigoli essenziali della sua personalità. Manufatti digitali, sì, visto che le sue opere - visionabili su Instagram alla pagina Dino Clavica - sono realizzate con la tecnica del finger painting (come scrisse Pietro Marino su queste pagine nella bella recensione alla sua prima mostra): disegnare con le dita grazie a una applicazione dell’I-Phone. Alcune opere, dopo una lotta tenace compiuta da amici e parenti con la sua ritrosia, sono confluite in due apprezzate mostre a Bari: «L’omino nero» (2016) e «Più. La regola e il caso» (2017) con Mario Brambilla.

E scontato non era il suo approccio alla vita, il suo disincanto che nutriva una creatività onirica eppure pregna di realtà, fugace e al tempo stesso collocata in uno spazio preciso, il suo, sempre carico di passioni. Di passioni viveva Dino. Quella per l’arte, appunto, quella per il mare di Campomarino di Maruggio, il suo luogo dell’anima, quella per i soldatini, quella per la Roma, le cui partite amava guardare in solitudine, lontano dagli sfottò degli amici. Gli amici. Se c’è un esempio di cosa voglia dire amicizia, lui lo impersonava in pieno, per il piacere della condivisione, per la capacità, e questa sì è una dote rara, di stare accanto. Mai davanti, mai dietro, accanto.
A un anno di distanza dalla sua prematura scomparsa, Veluvre lo ricorda oggi con due iniziative in rete. La prima è una playlist Spotify, nella quale inserire canzoni che hanno un legame con lui. L’altra, è quella di condividere nelle storie di Instagram, i post di Dino con le sue opere (condividendole dal suo profilo Instagram), sì da realizzare una sorta di invasione artistica on line. In cantiere c’è una mostra che la famiglia, Veluvre, e alcuni amici, stanno tentando di realizzare da diversi mesi, ma le restrizioni con le quali conviviamo, hanno rimandato. E lui, per quel suo proverbiale schernirsi, forse, da qualche parte tira un sospiro di sollievo per il ritardo. E sorride. «E ti sento da qua/ anche se alzo la musica». 

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