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«La sposa di San Paolo» precorre il fenomeno mediatico della Taranta

Il barese Gigi Distaso interpretò uno storico, il conversanese Gino Locaputo impersonò un frate

«La sposa di San Paolo» precorre il fenomeno mediatico della Taranta

Il tarantismo è un fenomeno storico-religioso pugliese (precisamente salentino) che ha sempre destato molta curiosità da parte degli antropologi.
Il termine deriva da «Taranto», città in cui è nato questo rito-ballo esorcizzante. La credenza vuole che protagonista di questo rito sia una donna (ma talvolta erano anche gli uomini) che viene morsa da un ragno (tarantola o taranta, il cui nome scientifico è «Ischnocolus») e per liberarsi dal veleno iniettato dal ragno deve sottoporsi al rituale.
Si tratta di un esorcismo a carattere musicale in quanto la donna guarisce attraverso la musica e la danza (come nelle consuetudini sciamaniche). Questo rituale coniuga elementi pagani e cristiani e per anni ci si è interrogati sulla reale funzione terapeutica della taranta.
Nel 1990, la regista lombarda Gabriella Rosalleva, autrice Rai e reduce dal suo primo lungometraggio del 1982, «Il processo a Caterina Ross» incentrato sulla vicenda di una presunta strega, dirige un film che indaga il fenomeno del tarantismo, guadagnandosi un importante successo ma anche una censura fino al 1996.
La pellicola è intitolata «La sposa di San Paolo», girata interamente in Puglia e, in particolare, nel barese nel capoluogo, a Conversano (nella Masseria di Castiglione), Polignano a Mare, Monopoli; nel brindisino a Fasano, Carovigno; nel Salento a Melendugno, Melpignano e Otranto; a Castel del Monte e, nella Daunia, a Manfredonia.
Gigi Distaso, attore, cabarettista, presentatore e imitatore noto al pubblico televisivo, interpretò la parte dello storico esperto in tarantismo: «Il film - racconta l’artista barese - narra le vicende di Anna, una giovane donna morsa dalla tarantola, nel 1600, e il suo viaggio con un gruppo di musici tra antiche ballate e fenomeni paranormali in pellegrinaggio in Puglia, al fine di riuscire a liberarsi delle conseguenze del morso dell’insetto. Durante il tragitto - continua Distaso - la comitiva incontra un inviato del Papa giunto nel Salento per comprendere le ragioni delle crisi violente e per studiare lo strano fenomeno che colpisce molte donne del popolo. Tutti insieme raggiungono, infine, la località agognata e qui Anna compie la tradizionale danza per tre giorni e tre notti davanti al pozzo dell’acqua miracolosa per guarire con gli esorcismi».
Il lungometraggio, prodotto da Gabriella Rebeggiani e Fulvio Wetzl, è tratto da una storia della scrittrice leccese Caterina Durante (Melendugno 1928-Lecce 2004), intitolata «Viaggio a Galatina», sul tarantismo, analizzato con l’occhio dell’antropologo. Per anni collaboratrice della Gazzetta del Mezzogiorno e della Rai, la docente (insegnava materie letterarie nei licei e all’Università di Lecce) è considerata tra le più autorevoli studiose del fenomeno-taranta e delle tradizioni etno-musicali del Salento.
Questo, tuttavia, non impedì la censura dopo l’uscita della pellicola. Il visto di censura, che portava il numero 90857, fu emesso infatti solo sei anni dopo, il 13 maggio 1996. «Fu cambiato anche il titolo del film - spiega Distaso -. Il primo era “I tarantolati”, poi fu modificato ne “La sposa di San Paolo” e, nella riedizione post censura prese il titolo “Tarantula”».
Perché «La sposa di San Paolo»? Lo spiega la Durante nel suo studio: «Il gruppo di musicisti accompagnò Anna, la giovane morsa dalla tarantola, in pellegrinaggio a San Paolo di Latina, nel nord della Puglia. Durante il viaggio avvennero gli incontri più avventurosi e straordinari. Ma il personaggio più importante che incontrarono sul loro cammino fu l’inviato del Papa che raggiunse la Puglia per comprendere le ragioni delle crisi violente che scuotevano tutta la regione e che si esprimono in forme di esorcismo con danze e musiche tipiche del tarantismo».
Cercando di spiegare al pubblico che il morso della tarantola non può essere la causa di cosi gravi sconvolgimenti, «il vescovo finirà suo malgrado - racconta Distaso - per essere il miglior testimone di questa straordinaria potenza. Quanto ad Anna ed ai musicisti, non rimarrà loro altro rimedio che quello di ricorrere alla loro cultura, ai loro balli».
«La sposa di San Paolo» rappresentò l’Italia al Festival di Locarno del 1989. «Con questo lavoro artistico - rimarca l’attore barese - si può riconoscere che la regista Rosalleva insieme alla scrittrice Durante, agli autori e ai protagonisti di quella pellicola, sono stati tra gli antesignani del fenomeno-taranta, esploso di fronte al grande pubblico a fine anni Novanta e oggi considerato tra gli eventi di musica popolare più prestigiosi al mondo grazie all’appuntamento che si tiene ogni anno a Melpignano».
Importante era il cast, formato dalla protagonista Francesca Romana Prandi (nel ruolo di Anna, la ragazza tarantolata), dallo svedese Lou Castel (interprete di fama internazionale che diventò famoso ne “I pugni in tasca” di Marco Bellocchio del 1965), Alexander Dubin, Dario Parisini, Paco Reconti, Paolo De Falco, Achille Brugnini (il vescovo inviato dal Papa), Emidio La Vella (cavaliere spagnolo), Patrizia Punzo, Edoardo Passanini, Gigi Giuffrida, Giustina Claudatus, Gino Locaputo (l’artista, poeta e giornalista di Conversano, in quegli anni organizzatore del Festival del Mediterraneo) e i baresi Franco De Giglio (protagonista di diverse sitcom) e Distaso.
«Ricordo di essere finito in quel film quasi per caso - dice Distaso -. In quel periodo ero impegnato con Telenorba nella trasmissione “Surplace”. Il regista Franco Salvia mi riferì di una possibile audizione per un film. Non mi feci sfuggire l’occasione e fui preso. La regista mi assegnò il ruolo dello storico, che recitai negli ambienti suggestivi di Castel del Monte. Fu un’esperienza straordinaria, una specie di trampolino, per me».
Dopo quella parte, l’attore barese fu protagonista come doppiatore nella striscia satirica di Canale 5 «Gomma piuma», ha poi recitato nella fiction «Io non mi arrendo» con Beppe Fiorello, nella soap «Vivere» (Canale 5). Ne «La sposa di San Paolo» recitò anche il conversanese Locaputo, in questi giorni alle prese con la pubblicazione del suo 44esimo libro e protagonista sul web con le sue poesie inedite (l’ultima: «12 febbraio 1953: sono nato qui», dedicata a Conversano, sua città natale): «Fui chiamato da Franco Salvia - rivela Locaputo - per recitare un paio di scene nella parte di fra’ Verdino, un frate francescano esperto in tarantismo. Fu un’esperienza straordinaria. Mi diede la possibilità di lavorare al fianco di Lou Castel, attore svedese che interpretò fra’ Bernardino, già protagonista in film di Monicelli, Visconti, Bellocchio, e di incontrare Eugenio Bennato che curò la colonna sonora».

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