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Pasta, due righe in più nella nuova etichetta mica hanno cambiato la qualità

Emanuele Marconi

Emanuele Marconi

di Antonella Millarte

Etichetta della pasta, dal 16 febbraio ci sono due righe in più: “Paese di coltivazione del grano: Italia e altri Paesi Ue e non UE”. Sono il frutto dell’applicazione del Decreto Interministeriale 26 luglio 2017 sulla indicazione di origine del grano duro (grano italiano, UE, non UE).

Noi quando andiamo a fare la spesa ce ne siamo accorti? Ma, soprattutto, a cosa servono queste due righe? In un mondo mediatico dove, col megafono virtuale, si amplifica di tutto, “La Gazzetta del Mezzogiorno” in sinergia con l’Associazione Regionale Pugliese dei Tecnici e Ricercatori in Agricoltura (ARPTRA) guidata dal dott. Vittorio Filì, ha deciso di rivolgere questa domanda ad uno scienziato noto a livello internazionale. E sono davvero tanti i falsi miti che potremo sfatare con l’aiuto del prof. Emanuele Marconi, Ordinario di Scienze e Tecnologie Alimentari, nonché presidente dell’Associazione Italiana di Scienza e Tecnologia dei Cereali – AISTEC.

Cosa cambia con la nuova etichetta della pasta? “Non aggiunge informazioni rilevanti per il consumatore sulla qualità del prodotto perché la pasta italiana è da sempre ottenuta miscelando semole di grani italiani con semole di grani esteri caratterizzati da elevata attitudine alla trasformazione (elevato contenuto proteico, qualità costante nel tempo, qualità del glutine) – risponde Marconi -. Tali miscele consentono di ottenere paste con eccellente qualità di cottura, divenute un prodotto del made in Italy apprezzato e riconosciuto in tutto il mondo”.

“Informare il consumatore sull’origine del grano/semola è tuttavia un elemento di trasparenza che permette al consumatore di effettuare una scelta consapevole: contestualmente il consumatore italiano dovrebbe essere informato in maniera corretta che il ricorso a pregiati grani duri di origine estera (Canada, Stati Uniti, Kazakistan, Australia) risiede sia nella insufficiente produzione nazionale di grano duro rispetto al fabbisogno di pasta prodotta”. Il prof. Marconi evidenzia come ci sia una “scadente attitudine alla trasformazione, di parte della produzione di grano duro coltivato in Italia, in termini di contenuto proteico, proprietà del glutine, colore”.

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