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I fatti nel 2016

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Un 48enne fasanese dovrà pagare mille euro per dei commenti di troppo sul candidato sindaco Giacomo Rosato

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Facebook non è la prateria del vecchio West, dove chiunque si arroccava il diritto di uccidere. Lo ha ribadito, con una sentenza che è stata emessa l’altro ieri, il Tribunale di Brindisi (giudice Francesco Cacucci), che era stato chiamato a pronunciarsi sulla configurazione giuridica di immagini e commenti postati sulla propria pagina Facebook da un 48enne fasanese. Il giudice ha sentenziato che quelle foto e quei testi integrano gli estremi del reato di diffamazione.

Perché il processo, che vedeva alla sbarra, unico imputato, il fasanese R.B. si concludesse ci sono voluti tre anni. La “vittima” della diffamazione è l’imprenditore fasanese Giacomo Rosato, all’epoca del fatto (2016) candidato sindaco di Fasano nelle elezioni amministrative. Nel corso della campagna elettorale, e a ridosso del ballottaggio che vedeva contrapposti Giacomo Rosato e Francesco Zaccaria (che è poi stato eletto sindaco della città), sulla bacheca Facebook del 48enne fasanese comparvero immagini e commenti che il giudice ha ritenuto di carattere diffamatorio che minarono la serenità del candidato e condizionarono – hanno sostenuto nel corso del giudizio gli avvocati di parte civile – l’esito della stessa competizione elettorale.

L’hater, in particolare, aveva affermato che Rosato fosse un “ignorante” e che “comprasse i voti”, arrivando addirittura a realizzare un logo identico alla sua attività professionale (responsabile dell’azienda “Banco Metalli Italiano”), che si occupa di acquisto di oro e argento, deformata sulla tastiera in “Brutto Mestiere Italiano.”
Della vicenda fu investita la magistratura. R.B. fu rinviato a giudizio per rispondere del reato di cui all’art. 595 del Codice penale nell’ipotesi aggravata dall’uso del social network, tramite il quale i messaggi diffamatori hanno raggiunto una platea vastissima di lettori. Nel giudizio si sono costituiti parte civile sia l’ex candidato sindaco di Fasano, assistito dagli avvocati Ylenia Lorè e Giuseppe Palazzo, che il Banco Metalli Italiano, difeso dall’avvocato Gianmichele Pavone. Il processo si è concluso l’altro ieri con la condanna dell’imputato, che era difeso dall’avvocato Antonio Maria La Scala, alla pena di mille euro di multa, al pagamento delle spese processuali, dei danni subiti da entrambe le parti civili e delle spese legali dalle stesse sostenute per il giudizio. Il Tribunale ha rimesso, infine, le parti dinanzi al Giudice civile per la quantificazione dei danni subiti da Giacomo Rosato.

Che gli insulti su Facebok possono rappresentare una diffamazione è un dato di fatto acquisito. Anzi, per la Corte di Cassazione, che si è espressa sull’argomento con una recente pronuncia, “integrano lo stesso reato”.
Alla luce dell’ennesima sentenza in materia del Tribunale di Brindisi, il monito vale per tutti: su Facebook, come in generale su internet, non tutto è possibile. Per fortuna di tutti.

ROSATO: CONTRO DI ME BATTAGLIA ANCHE POLITICA - Per Giacomo Rosato la sentenza del Tribunale di Brindisi è stata una vittoria, anche se arrivata con ritardo.
“Nella campagna elettorale nella quale ero candidato sindaco – ha commentato l’imprenditore con la passione per la politica – sono stati utilizzati tutti i mezzi per battermi. Oltre l’inciucio tra forze politiche, che avrebbero dovuto essere contrapposte ma che si sono unite sul finale per contrastare l’elezione di chi tanto si era speso per la città ma che per oramai noti motivi andava bloccato, c’è stata anche una pesante diffamazione sulla mia persona e su una delle mie attività.

Un settore lavorativo peraltro gestito con grande professionalità così come accertato dalla massima autorità di vigilanza del settore cambi ed intermediazione, oltre che da tutti gli organi delle forze dell’ordine che costantemente monitorano. Bene, al fine di dare un piccolo contributo alla battaglia di civiltà per la quale le campagne elettorali dovrebbero basarsi più sui contenuti e sulle proposte piuttosto che sulla diffamazione e sulla calunnia dell’avversario, ho interessato l’autorità giudiziaria di valutare quanto da me ricevuto nelle ultime amministrative.

Grazie anche all’ottimo lavoro dagli avvocati Giuseppe Palazzo, Ylenia Lorè e Gianmichele Pavone, la sentenza di condanna dell’imputato, di fatto accerta il comportamento disdicevole e la circostanza di quanto anche ciò possa aver contribuito alla mia mancata vittoria. Spero che questa vicenda serva ad avere in futuro campagne elettorali più oneste e pulite con vantaggio soprattutto dei cittadini che devono poter scegliere senza essere confusi da falsità e cattiverie”.
Uno sfogo, quello di Rosato, che la dice lunga sul clima politico che si respirava a Fasano al momento della campagna elettorale.

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