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Il tribunale ha ritenuto non colpevoli, con formula piena Saverio Alicino e Francesco Memeo

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BISCEGLIE - “Il fatto non sussiste”. Perciò il Tribunale di Trani (collegio Giulia Pavese, Paola Buccelli, Marco Marangio, quest’ultimo giudice estensore) ha assolto con formula piena dall’accusa di concorso in usura bancaria e truffa pluriaggravata Saverio Vincenzo Alicino e Francesco Memeo, entrambi funzionari della filiale di Bisceglie della Banca Credito Emiliano: il primo gestore del centro imprese ed il secondo responsabile dell’ufficio estero dello stesso centro. I due erano accusati anche di falsità in scrittura privata, da cui sono stati pure assolti “perché il fatto non è previsto dalla legge come reato”.
Il processo riguardava operazioni bancarie eseguite tra il 2004 ed il 2011 che videro interessate due società andriesi “per operazioni di finanziamento”.
L’indagine fu condotta dall’ex pubblico ministero tranese Antonio Savasta. A marzo 2016 il rinvio a giudizio dei due imputati, assolti a fine dibattimento nel quale i rappresentanti delle società denuncianti erano costituiti parte civile con l’avvocato Ruggiero Sfrecola.

Il processo vedeva come responsabile civile la Spa Credito Emiliano (Credem).
Al termine del dibattimento è stata la stessa Procura, per mezzo del pm Silvia Curione, a chiedere l’assoluzione degli imputati, difesi dall’avvocato Roberto Sutich, che hanno sempre respinto le accuse.
Secondo l’imputazione, Alicino e Memeo, abusando delle relazioni di ufficio e del rapporto fiduciario con gli amministratori delle società al fine di trarre ingiusto profitto, li avrebbero indotti, con artifizi e raggiri, “ad effettuare – in luogo dell’ordinaria concessione di finanziamenti in euro – operazioni negoziali attraverso contratti collegati produttivi nel complesso di ingenti e sproporzionati oneri, per effetto dell’applicazione di condizioni economiche usurarie”.
I funzionari avrebbero “indotto le società ad effettuare operazioni di anticipazioni e finanziamenti in divisa estera (yen e franchi svizzeri) pur in assenza di rapporti commerciali sottostanti che ne giustificassero la concretizzazione, ed operazioni a termine sui cambi, di natura altamente speculativa, causando così alle società ingenti perdite monetarie”. Inoltre sarebbero state prodotte scritture private false attraverso l’alterazione di documentazione bancaria”.
Le operazioni sarebbero state presentate “priva di rischi”. Poi sarebbero state rappresentate come “atte a recuperare le perdite sui cambi in atto derivanti dalle operazioni di acquisto/vendita di valuta a termine, attraverso la sottoscrizione di contratti in strumenti finanziari denominati «Out Right», rivelatisi inefficaci rispetto alla gestione del rischio e produttivi di perdite ulteriori”.

Secondo l’accusa, con l’obiettivo di “sistemare le carte”, gli imputati avrebbero prodotto, direttamente e/o tramite uffici preposti della banca, scritture private false ritenute alterate, costruite appositamente in epoca successiva alla data di sottoscrizione delle società querelanti”. Operazioni ritenute “di finanza speculativa, celate - sempre secondo il capo d’imputazione - in un’apparente attività di ordinaria concessione del credito, ma che imponevano, di fatto, alle aziende querelanti condizioni economiche sproporzionate: altri vantaggi usurari che si aggiungevano agli oneri, di per sé usurari, connessi ai conti correnti aziendali e relative linee di credito”.

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