Mercoledì 16 Gennaio 2019 | 12:46

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Finta avvocatessa
arrestata a Bari
truffe con false sentenze

Finta avvocatessa  arrestata a Bari truffe con false sentenze

BARI - Una finta avvocatessa barese è stata arrestata, con concessione dei domiciliari, per i reati di truffa ed esercizio abusivo della professione forense. La donna, Veronica Antonella Marino di 41 anni, si sarebbe spacciata per avvocato, «promettendo alle proprie vittime - è detto in una nota della Procura di Bari - di fornire tutela legale in materia civile e penale». Le indagini sono coordinate dal pm Marco D’Agostino e l’ordinanza di custodia cautelare, notificata dalla polizia, è stata emessa dal gip Sergio Di Paola. Domani la donna sarà sottoposta ad interrogatorio di garanzia.

I fatti contestati, otto episodi corrispondenti ad altrettante denunce, risalgono ai primi mesi del 2015 e la presunta truffa ammonterebbe ad alcune migliaia di euro. La 41enne si sarebbe qualificata falsamente come avvocato mentre invece dalle indagini è emerso che in passato era iscritta al corso in laurea in Giurisprudenza senza aver però mai sostenuto esami. «Già i primi casi accertati - spiega la Procura - confermavano che la donna dimostrasse, simulando situazioni inesistenti e formando atti giuridici contraffatti, una elevata capacità ingannatoria e di persuasione nelle persone offese, in genere persone sprovvedute ed in estremo stato di bisogno, costrette a darle fiducia nel timore, da lei stessa ingenerato, di danni economici maggiori». Alcuni mesi fa gli investigatori hanno eseguito una perquisizione a casa sua, sequestrando documentazione riconducibile agli ignari assistiti, oltre a materiale informatico con il quale, secondo la magistratura barese, «elaborava atti contraffatti, quali raccomandate di riscontro a quelle a sua stessa firma, transazioni, sentenze».

"Non mancava neppure di intralciare le investigazioni, - sostiene la Procura - giungendo tra l’altro a suggerire alle vittime di non presentarsi alle convocazioni della polizia adducendo false malattie, nel tentativo di compromettere la genuina acquisizione delle prove». Per realizzare i suoi scopi la donna «riceveva i malcapitati presso la propria abitazione, per guadagnarsi la fiducia - ricostruisce la Procura - mostrava una parvenza di professionalità (scrivania professionale, consultazione di codici); incuteva timori immaginari; pretendeva continuamente somme di denaro contante, senza mai rilasciare ricevute; predisponeva atti falsi in base alle singole situazioni; fingeva all’occorrenza di collaborare con la Fondazione antiusura; illudeva le persone offese di aver risolto le loro vicissitudini finanziarie».

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