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Coronavirus, i vecchi e il male, la psicologa: «Virus devastante»

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Coronavirus, i vecchi e il male, la psicologa: «Virus devastante»

BARI - «I vecchi sulle panchine dei giardini, succhiano fili d'aria e un vento di ricordi. I vecchi mezzi ciechi, i vecchi mezzi sordi. I vecchi che si addannano alle bocce». La splendida canzone di Claudio Baglioni, inserita nell’album Strada Facendo del 1981, tratteggia la fascia più debole della popolazione, vessata e sofferente, sola e spesso abbandonata. «I vecchi come pali della luce, senza i figli che non chiamano mai», «i vecchi sempre tra i piedi. Chiusi in cucina se viene qualcuno. I vecchi che non li vuole nessuno. I vecchi da buttare via». Quarant’anni dopo il brano è più che attuale. Anzi, in tempi di pandemia, il presente e il futuro si rivelano ancor più sconvolgenti.

Gli anziani (anche loro, soprattutto loro) vivono un periodo complicato. A volte addirittura dimenticati dalle famiglie oppure, in caso di convivenza, spesso costretti a sostituire i figli e accudire i nipoti con in più (oggi) la preoccupazione per la coabitazione con i giovani potenzialmente infetti e asintomatici. Tanti, poi, confidano di aver paura, in caso di emergenza, di affidarsi alle cure dei presidi sanitari, ammesso che in questo frangente sia possibile… Ma la pandemia (con i suoi effetti) sta mettendo a dura prova chiunque senza distinzione di età. Anche i bambini, il nostro futuro, rischiano di subire conseguenze incalcolabili.

Marina Provenzano, psicologa dell'Asl Bari. L’epidemia colpisce gli anziani sicuramente nel fisico. E nel morale?
«L'iper informazione dei media, soprattutto delle emittenti televisive, ha effetti di suggestione sulle paure di tutti. L’anziano si trova a patteggiare con il senso di precarietà e di deterioramento, di maggiore solitudine e di lutto perché in questa fase di vita alcune possibilità si chiudono, molti affetti vengono perduti, crescono la paura dell’ignoto e della morte. Su questo difficile terreno l’impatto della pandemia è destabilizzante: la grande paura è di morire in isolamento e in solitudine, che è un dato di realtà».

Nonostante i rischi, è però frequente osservarne in giro per le città non solo per fare la spesa, ma anche a passeggio oppure in gruppo per una partita a carte ai giardini. Necessità oppure incoscienza?
«Qualsiasi evento emozionalmente intenso, se non traumatico, impatta sulla personalità presente in origine. Per alcuni prevale la negazione difensiva, cioè nego le paure per non sentirle, fingo che il problema non esista. Per altri la paura c’è, non è negata, ma vi è la necessità di mantenere la continuità con le proprie abitudini, trovando così un’autorassicurazione: la vita continua nonostante i rischi».

In generale, è diffusa la sensazione che ci sia una reazione incontrollata, e anche contraddittoria, in un momento di stringenti restrizioni. A parte i negazionisti, si tende a ritenere giusto quel che si crede indispensabile per continuare a vivere quanto più possibile una vita normale. Si indossa la mascherina, magari ci si tiene a distanza e si lavano le mani, ma andare all’ipermercato, gremire il lungomare di domenica lo si ritiene compatibile anche quando c’è la forte raccomandazione di restare a casa. Siamo di fronte a un corto circuito?
«In presenza di eventi gravi l’Io di ognuno attinge alle proprie risorse composte sia di razionalità sia di emozionalità. Questa duplicità di parti non sempre si integra in forme equilibrate e ragionevoli, facilmente si determinano i comportamenti contraddittori. Inoltre, per ogni persona alcuni comportamenti sono percepiti come fondanti il proprio senso di identità profondo. Rinunciarvi crea un senso di estraneità a sé stessi che suscita angoscia. Fare le stesse cose che consentono di sentirsi vivi e sempre gli stessi, nonostante il cambiamento dello scenario, può indurre comportamenti incongruenti. Peraltro non sempre è presente il senso di responsabilità rispetto al bene collettivo: i propri bisogni e desideri si percepiscono assoluti e irrinunciabili, non vi è capacità di prendersi cura degli altri. Ad oggi ancora si organizzano feste assai rischiose per le conseguenze, in una prospettiva immediata di piacere qui ed ora. Segno di grande immaturità».

Si pretende la libertà di azione, ma poi si aspetta che sia il Governo a intervenire. Quando poi le autorità decidono per decreto si contesta, si distingue: perché la scuola sì e i ristoranti no, perché i parrucchieri sì e le piscine e le palestre no? C’è un disorientamento causato dal decisore politico oppure siamo noi a non riuscire a comprendere?
«Spesso la spiegazione delle questioni è una composizione complessa di molti punti di vista e condizioni. Per deformazione professionale penso che “il decisore politico” non sia un'entità sovrumana o neutra. Si tratta di persone che fanno scelte attraverso il filtro delle loro idee, della propria visione del mondo, delle proprie emozioni, cioè delle loro caratteristiche personali. Con tutti i limiti che questo ha. È altresì comprensibile che chi è posto in una condizione di incertezza o di perdita di speranza rispetto al futuro si difenda psicologicamente anche rifiutando la realtà che è necessaria, ma pure penosa.
Questa pandemia è un evento così estraneo alla nostra esperienza e a tutto ciò che appariva reale sino a qui, che crea un profondo disorientamento. Perché non si può attingere a nessuna esperienza analoga, a nessun modello, nulla che sia come un’ancora cui aggrapparsi e rassicurarsi rispetto all’incognito. Vivere nell’incognita è una esperienza cui dal dopoguerra nessuno è mai stato preparato nella società occidentale. Vuol dire convivere con la percezione che il tempo, come la vita, non siano progettabili né controllabili. Ciò riattiva angosce molto primarie, le angosce attraversate dai bambini nelle prime fasi di vita, quando la mente inizia a formarsi e il vissuto confuso è di essere in balia di qualcosa che non ha ancora significato. Quando il pensiero inizia a costruirsi e impariamo a dare un nome alle cose e trovare spiegazioni si creano punti di ancoraggio cosicché le angosce primarie vengono accantonate. Gli eventi come questo riattivano questo tipo di angoscia profonda. È necessario un grande equilibrio per elaborarla in forme “abbastanza ragionevoli”».

Il lockdown di marzo e aprile ha messo tutti a dura prova. Siamo davanti a nuove strette. Cosa può scattare nella mente delle persone?
«Il lockdown precedente si è nutrito di speranza, ma anche dell’illusione che fosse una fase di passaggio in attesa delle risposte. Bastava aspettare e dare tempo alla scienza, ai governanti. Ci si è “affidati” come bambini rispetto a dei genitori forti e potenti che diano soluzioni. Ora si è visto che le cose sono molto più complicate, non vi è una risposta definitiva e certa. L’aspettativa della infallibilità dei genitori - tecnici, esperti, governanti - crolla: si rivelano con limiti ed errori, imperfetti. Si sente di dover far da soli, ognuno con le proprie ansie, ad affrontare la tempesta di cui non è chiara nemmeno la durata. La rabbia, la protesta, la paura, il cercare un persecutore responsabile di tutto sono le possibili reazioni umane alla disillusione. Da “Andrà tutto bene” alla realtà: “Non sappiamo affatto come andrà in tempi brevi”. Accettare questo è un difficile compito elaborativo. Richiede solide risorse auto riflessive. Se non ci sono si reagisce a corto circuito: ci si arrabbia o angoscia, ci si isola nella fobia con comportamenti evitanti, si nega la realtà scivolando in forme deliranti complottiste e negazioniste».

C’è un Comitato tecnico scientifico che indirizza le scelte. Quanto deve essere considerato l’aspetto psicologico nelle decisioni che vengono assunte?
«Sicuramente è un aspetto che va tenuto in conto. Rifletto spesso su cosa accadrà dei bambini che si formano in un modo nuovo di relazionarsi, addestrandosi alla distanza, al controllo sulla spontaneità. A come si stanno modificando ancora di più le relazioni in genere, anche tra adulti: i rapporti si nutrono sempre più di distanza e sempre meno di intimità. Le chat e i social hanno reso le relazioni più diffuse, ma meno intime e profonde. Ora subentra il doversi guardare dalla presenza dell’altro come un pericolo ed è un aggravamento delle trasformazioni che erano già in corso. Per gli anziani poi l’isolamento ulteriore incide ancor più sul rischio di non preservare la mente attiva e un’affettività vitale, che funzionino come salvataggio dal rimpianto, dalla perdita, dalla depressione. Tutto questo dovrebbe essere pensato nelle scelte perché potrebbe derivare un malessere diffuso in ambito sociale. Non siamo monadi autosufficienti. Vero è anche che solo in un individuo fisicamente “vivo” si possono comprendere le ricadute psicologiche. Capisco quindi che la priorità delle scelte, in fasi così critiche, possa divenire il salvaguardare la conservazione dell’esistenza, rinviando al dopo i rimedi per le conseguenze e le trasformazioni che potranno esserci. Suppongo che il criterio sia il ridurre al minimo il rischio per la vita e per la salute fisica nei grandi numeri. La valutazione del danno psicologico in questa fase viene in qualche modo rinviata al dopo».

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