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Nonostante l’emergenza, Gaetano Del Re trascorre ancora il suo tempo passeggiando per gli splendidi giardini di Suzhou. L’ingegnere barese 73enne ora è in pensione. La Cina l’ha conosciuta quando il colosso Natuzzi, dalla dolce Murgia, cominciò a conquistare il mondo. Del Re ha poi messo a disposizione le sue doti di project manager prima a Shanghai e nel 2004, sempre per conto di una grande compagnia internazionale, segue la realizzazione di un’altra grande fabbrica a Suzhou.
Dopo tutti questi anni, tra l’ingegnere barese (la cui famiglia continua a vivere nel capoluogo) e la Cina si può parlare di amore vero. «Nel 2007 il governo cinese mi ha onorato di una green card e questo mi permette, una volta l’anno, di far visita ai miei amici ed ex-colleghi locali con quali trascorro il mio tempo in assoluta libertà, giocando a calcio, table tennis, badminton», racconta Gaetano Del Re alla Gazzetta. È lui che ci conduce nel cuore di un grande popolo costretto a convivere non soltanto con l’epidemia ma con lo stravolgimento della propria quotidianità e col sapore più autentico della paura.

Ingegnere, dove si trova esattamente ora?
«Mi trovo a Suzhou, una città fra le 50 più importanti della Cina, con i suoi 18 milioni di abitanti su un totale di 80 milioni che risiedono nell’intera Provincia. All’interno del Parco industriale di Suzhou trovano posto circa 3.000 aziende provenienti da tutto il pianeta, fra cui 150 italiane».

Quanto dista la città dove vive dall’epicentro del contagio?
«La città di Wuhan, considerata il centro del contagio, si trova a circa 800 km ad Ovest di Suzhou».

Come è la situazione in questo momento?
«Come tutti sanno in Cina non fa difetto la comunicazione. Vi sono decine di canali TV che, insieme ai maggiori quotidiani on line, indagano on time lo sviluppo dell’epidemia e ne danno periodico riscontro. Personalmente credo che la fase critica della diffusione della malattia stia per essere superata. Le nuove strutture ospedaliere, l’adattamento di altre a centri di ricovero, quindi il maggior numero di posti letto fruibili, la maggiore disponibilità dei kit di diagnosi, la fermezza con la quale il governo centrale ha chiamato a maggiore responsabilità le autorità locali su prevenzione e controlli, insomma, credo che alla fine ne usciremo».

In questi giorni dovrebbero riaprire le fabbriche
«Si, lunedì 10 febbraio (oggi, ndr), ovviamente con alcuni punti fermi. Per ottenere l’autorizzazione alla ripresa delle attività, le società devono preliminarmente presentare un piano operativo che elenchi tutte le misure ed i materiali che saranno utilizzati per garantire la prevenzione ed il diffondersi della epidemia, devono evitare la ripresa delle attività in larga scala ma dare priorità solo a quelle strettamente indispensabili, devono dare priorità di ingresso ai dipendenti che non provengono dallo Hubei, Wenzhou, Taizhou e altre aree gravemente epidemiche, devono sollecitare i dipendenti a indossare l’equipaggiamento protettivo e far maggior uso del lavoro attraverso internet, devono fornire ai dipendenti mascherine mediche. In più, devono sostenere la fornitura di pranzi al sacco (quindi evitare l’uso della mensa aziendale) , vietare l’approvvigionamento di pollame vivo e carne di pesce vivo senza macellazione e quarantena. In breve si deve cercare di evitare nuovi focolai di infezione».

Quali i danni maggiori per l’economia cinese, e italiana, dovuti all’emergenza coronavirus?
«Per l’economia cinese indubbiamente ci sarà una contrazione delle esportazioni, in particolare delle merci deperibili quali verdure, carni congelate, e prodotti simili. Il danno maggiore, a breve, lo subirà il turismo, e credo per parecchio tempo, sino a quando questa storia non sarà dimenticata, come lo è stata la Sars circa 20 anni fa. Per l’Italia, beh!, è tutto nelle nostre mani. Le intese con il Governo Cinese sul 5G, sul potenziamento delle infrastrutture portuali, il partenariato strategico, la cooperazione scientifica... se non sono ostacolate da rigurgiti nazionalistici o meglio ancora, populistici, non dovrebbero subire frenate».

Il governo cinese ha intensificato le misure monitorando casa per casa eventuali situazioni a rischio, è così?
«Sì, è così. In Cina il concetto di “edificio a sè stante” ha una limitata diffusione. Esiste invece il concetto di “residence”, di micro-agglomerato che è gestito da un management office, una sorta di amministratore di condominio, che cura l’aspetto della manutenzione del complesso, la sicurezza, le diatribe, insomma un “Capo Popolo”. A questi amministratori è stato demandato il compito di monitorare tutto quello che accade nei complessi edilizi di loro competenza. Per fare degli esempi: si può entrare e uscire dal complesso residenziale solo dopo la registrazione della temperatura corporea, se si ha intenzione di lasciare la città si deve registrare la destinazione, le merci consegnate dai corrieri sono preventivamente analizzate. Se ordinassi, per esempio, da McDonalds un doppio hamburger, il rider potrebbe consegnarmi il panino non all’uscio di casa, ma solo in prossimità del gate. Un’altra cosa: entrando con l’auto, l’addetto alla security verifica che non ci sia qualcuno che vuole entrare senza essere controllato, nascosto nel portabagagli. E così via».

Crede che le misure adottate stiano davvero limitando efficacemente il contagio?
«Sì».

Si è avuta notizia della morte di un cittadino americano a Wuhan, questo preoccupa maggiormente gli stranieri che si trovano in Cina. Lei è preoccupato?
«Wuhan sta soffrendo il numero maggiore di morti a causa di questa epidemia. Il totale dei deceduti nello Hubei è, on time, uguale a 700 unità. Nella sola Wuhan si contano 13.600 ammalati e 545 morti. Qui a Suzhou il numero dei malati conclamati, al momento, è pari a 72 unità e non piangiamo alcun deceduto. Sarebbe quindi improprio, da parte mia, essere preoccupato. Certo bisogna fare attenzione, usare la mascherina quando si va fuori, evitare luoghi affollati, lavarsi spesso le mani, arieggiare la casa, appendere giacche/cappotti sul balcone dopo l’uso, e sperare che … la salute ti accompagni e non ti venga un raffreddore o un’influenza. Sarebbe un bel guaio perché anche poche linee di febbre devono essere comunicate a chi di competenza».

Pensa di tornare in Italia o resterà ancora a lungo in Cina ? Nel secondo caso, se i suoi non sono lì con lei, sono preoccupati?
«Come già detto in premessa vengo qui in Cina per trascorrere le mie “vacanze invernali”, ospite di un carissimo amico. Suzhou è più vicina all’equatore di quanto non lo sia Bari, e l’inverno è molto più mite qui che dalle nostre parti. Non appena questa buriana sarà passata rientrerò a Bari, anche se a malincuore. Parte di me appartiene a questo luogo. Mia moglie e mio figlio sono preoccupati nella giusta misura. Durante la mia vita professionale ho vissuto altre situazioni particolari in Etiopia ed in Libia. Per questa ragione i miei sono “vaccinati” circa le mie disavventure».

È fiducioso che l’emergenza possa rientrare o bisognerà conviverci ancora a lungo?
«Leggevo che per ci vorranno due o tre mesi per avere in campo un vaccino testato. Sì, sono fiducioso che questa situazione possa andar via via scemando in modo da poter tornare a sorridere».

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