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Coronavirus, i cinesi di Bari in quarantena volontaria

«Chi è rientrato dall’Asia resta chiuso in casa per due settimane»

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BARI - In «autoquarantena» per azzerare qualsiasi rischio di contagio. La comunità cinese di Bari non è rimasta con le mani in mano e ha varato una misura di prevenzione sanitaria per chi è rientrato dal Paese d’origine dopo che è scattato l’allarme coronavirus.

Spiega Peng Shen insegnante di mandarino e portavoce dell’Associazione cinese di Bari presieduta da Jinbang Pan: «Abbiamo avviato una campagna di sensibilizzazione per tutti i connazionali che sono rientrati in Italia dalla Cina nel periodo dal 27 gennaio fino al 2 febbraio. E abbiamo consigliato loro di rimanere isolati in casa per due settimane».

Una quarantena su base volontaria cui quasi tutti hanno aderito senza battere ciglio. L’associazione ha fatto di più. «Abbiamo reperito e messo a disposizione di chi non aveva un alloggio due appartamenti, a Casamassima e a Modugno», continua Shen.
L’organizzazione ha previsto tutto: a chi sta rispettando il periodo di isolamento i pasti, preparati nei ristoranti, vengono consegnati a domicilio, gratuitamente, e sono consumati con stoviglie di plastica che poi vengono distrutte.

«Nessuno ci ha obbligati a farlo - puntualizza il portavoce dell’associazione - ma ci è sembrata una misura idonea a evitare ogni rischio e a rassicurare tutti».

Anche se non è bastata per vincere la psicosi dilagante che pure a Bari inizia a mettere in ginocchio le attività commerciali gestite da cittadini cinesi. Ristoranti, negozi, parrucchieri sono sempre più deserti. Peng Sheng commenta: «Eppure non bisognerebbe avere paura. Il problema è soprattutto della Cina ed è limitato a un’area geografica circoscritta. La comunità cinese, in patria come in Italia e in tutto il mondo, sta monitorando la situazione e ha preso ogni contromisura necessaria a limitare il contagio». L’Associazione cinese di Bari ha anche promosso una raccolta di fondi per acquistare mascherine «anti-virus», già inviate a Wenzhou, una delle città chiuse dalle autorità per limitare il contagio.

Il docente di lingua cinese è fiducioso che la fase acuta della crisi sanitaria possa presto essere superata. «Nel 2003 abbiamo fatto i conti con la Sars, poi l’emergenza è passata. Sono convinto che il problema sarà risolto, a partire dalla Cina, dove tra pochi giorni le fabbriche riapriranno e la gente tornerà a lavorare. Secondo me tra una settimana potremo valutare la situazione e vedere se si è tornati alla normalità».

Intanto, però, continuano a registrarsi casi di discriminazione. Chen, sindacalista della Cgil di Bari, ha registrato anche ieri la protesta di una madre. La figlia, che frequenta la terza media in una scuola cittadina, rischiava di rimanere fuori dalla classe a causa degli ingiustificati timori di altri genitori. «Eppure la ragazzina non è mai stata in Cina e non c’era nessuna ragione per isolarla», chiarisce il sindacalista. Il caso, dopo il colloquio col preside, è poi rientrato. Ma è l’ennesima spia del clima di pregiudizio che la comunità cinese è costretta a sopportare.

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