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Bari, terremoto alla Bosch; a rischio 620 lavoratori

La buona notizia è che non piove. È una mattinata calda con il sole. Ci fosse stata pioggia sarebbe stato ben più duro il presidio del lavoratori fuori dalla Bosch. Lo sciopero indetto da Cgil, Cisl e Uil contro la dichiarata volontà dell'azienda di licenziare 620 lavoratori sui 1850 dipendenti, ha trovato tutti compatti.  «Siamo qui da prima dell'alba – racconta un lavoratore – e del primo turno delle 6 non è entrato nessuno. E così sarà nell'arco dell'intera giornata. Non siamo disposti a scatenare una guerra tra poveri, nessuno dovrà essere licenziato». Altri annuiscono. Fuori dai cancelli alle otto c'è già un notevole assembramento.

«Ehi ragazzi, ma stiamo presidiando le strade? Che qui non deve entrare o uscire nessun tir. Oggi nessuno carica o scarica», grida un operaio. Un altro gli risponde: «Tir? Perché ci sono? Qui ormai vedi girare solo i camion della nettezza urbana».

In effetti la zona industriale sembra morta. Via delle Ortensie, delle mimose, delle orchidee e poi oleandri, margherite, gelsomini... perdersi è facile, basta imboccare un viale invece di un altro e per tornare indietro sei costretta a girartela tutta. Poche auto, camion che si contano su una mano. Sulle cancellate tanti «Affittasi» e il cinguettare dei passeri.

I lavoratori fuori dal cancello hanno voglia di parlare. «La Bosch è la mia vita – dice uno -, sono qui da vent'anni. Quando ho incominciato eravamo un piccolo gruppo di giovanissimi ventenni. Avevamo un angolo in Magneti Marelli, ho visto costruire i capannoni. Eravamo pieni di speranze, allora, oggi meno»

«Mio figlio il mese scorso è andato a seguire l'open day del Politecnico – racconta un altro -. Il prossimo anno si deve iscrivere all'Università, stava valutando ingegneria. È tornato a casa e mi ha detto: “Papà mi sono sentito prendere in giro. Parlavano dei progetti che il dipartimento di meccanica fa con Bosch, con la fabbrica che chiude”».

«Io invece ieri, accompagnando mia figlia a scuola, mi sono trovata con Giuseppe, di quella piccola azienda che lavora con noi. Strano, ho pensato, in genere è sempre al lavoro. Mi ha detto che le commesse sono drammaticamente diminuite. Entro fine anno chiude».

Se cade Bosch le conseguenze saranno interne ed esterne, l'indotto verrà completamente spazzato via. Una tragedia per una fabbrica composta da lavoratori giovani, età media sui 40 anni, impossibile avviarli ai prepensionamenti.

«Siamo in un'età che non ti permette vie d'uscita – sottolinea un lavoratore –. Grazie a Bosch ci siamo creati una famiglia e di conseguenza non si possono fare le valigie e andar via. Siamo giovani, sì, ma vecchi per il mercato del lavoro. Se ci licenziano è finita. Qui non troveremmo altro».

I SINDACATI «La Bosch deve mettere i soldi sul tavolo. Questo è quello che chiediamo. La transizione ha bisogno di investimenti e non si può sempre bussare altrove. È una responsabilità dell'azienda». Ciro D'Alessio, segretario Fiom Cgil Bari, è diretto e non gira attorno al problema che sta investendo il più grande stabilimento nella zona industriale.

È fuori dai cancelli Bosch dalle 4 del mattino, con i primi operai che hanno avviato il presidio. «La situazione è seria e preoccupante. L'azienda deve capire che pretendiamo un piano industriale che dia garanzie occupazionali e prospettive di rilancio. È inutile che si incaponisca sul diesel, non ci si può opporre all'elettrico, altrimenti qui è finita. Significa condannare non solo questo territorio, che sta già soffrendo parecchio, ma tutto il comparto. I numeri della disoccupazione sarebbero da catastrofe».
«Se qui a Bari salta l'automotive cade l'intero comparto italiano – sottolinea Simone Marinelli Fiom Nazionale -, come dimostra la contemporanea chiusura di aziende in Piemonte. Il problema è che non c'è una visione. Bosch ha in Germania le tecnologie per passare all'elettrico, deve avviare la transizione. Oggi qui si parla di 620 licenziamenti, ma nel 2022, al termine dell'accordo di solidarietà sottoscritto due anni fa, potranno essere molti di più».

Noi siamo preoccupati per le multinazionali, per i grandi gruppi e per tutto quello che gira intorno. Si salvano le imprese, si salva l’occupazione, se diventa buona occupazione, e se si investe in innovazione e ricerca», spiega Pino Gesmundo Cgil Puglia.

«Nessuno faccia finta di cadere dalle nubi - dice con forza Donato Pascazio, Fim Cisl Bari -, questa crisi è partita già dal 2017 e anche prima. Basta annunci o passerelle, si deve agire».
«Servono tavoli istituzionali seri - dice Raffaele Apetino, Fim Cisl nazionale -. È evidente che in Italia abbiamo un problema con le multinazionali che arrivano, spremono risorse e poi se ne vanno dopo aver depauperato il territorio. C’è tempo fino al 2022, si deve trovare una soluzione».

La solidarietà degli operai ex Om Carrelli

«Non potevamo non esserci». Fuori dai cancelli Bosch una rappresentanza di lavoratori ex Om Carrelli parla in gruppo. «La nostra solidarietà è totale, sappiamo bene cosa significa». «Qui si parla di formazione per avviare una riqualificazione, speriamo che non sia come le promesse che da anni stanno facendo a noi». «Certo che, noi siamo qui a manifestare assieme a questi “colleghi”, ci sono anche altre rappresentanze, vedo la Getrag, da noi vennero ben pochi». «Be, no, dai, non essere ingeneroso. Vennero, e in tanti, a supportarci, solo che una cosa è l'appoggio ad una singola giornata di sciopero, un'altra essere presenti al nostro fianco per tutti i mesi del presidio che portammo avanti». «Tanti sacrifici e siamo ancora qua». «Speriamo che per Bosch finisca meglio».

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