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Per arginare il digitale? Basta la «parola»

La recensione del saggio della didatta barese Amalia Gisotti Giorgino

Per arginare il digitale? Basta la parola

La prima curiosità è la dedica. Recita così: «Ai giovani di oggi». Non è consueta, nelle dediche dei libri, un’attenzione così mirata, che travalica i propri affetti e il circolo ristretto delle amicizie personali. Ai giovani, al loro linguaggio, al loro costume relazionale, alla loro educazione nei rapporti interpersonali si rivolge, in effetti, Amalia Gisotti Giorgino nel suo saggio dal titolo programmatico Il valore della parola e il Web, pubblicato da Cacucci Editore.
Il libro vanta una presentazione preziosa a firma di Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca, il quale introduce alla lettura sottolineandone gli aspetti pedagogici ed etici. L’Autrice infatti fa tesoro della sua lunga esperienza di docente nella scuola e poi anche nell’università e si concentra sui valori, sulle finalità del comportamento anche linguistico e sul sostanziale paradosso dell’era digitale: la dicotomia tra parola e strumento di divulgazione. Tutta la riflessione ruota intorno alla dimensione etica della parola e si concentra sulla persona e la sua dignità, tanto da estremizzare e persino condannare lo sviluppo talvolta distorto del digitale.


Prendendo atto – non senza disappunto – del «dominio incontrastato dell’informatica» ormai anche nella scuola, la Gisotti Giorgino insiste sulla padronanza della lingua perché la parola significa relazione. Ogni persona vive in relazione e il cammino educativo di ciascuno si sviluppa in un incontro appunto di relazione.
La famiglia e la scuola: ecco il versante etico e pedagogico nella educazione all’uso responsabile della parola perché la padronanza della parola, sia scritta sia orale, diventa strumento del dialogo nella relazione interpersonale. Articolata e severa la disamina della situazione al riguardo. Non si fanno sconti ai limiti educativi della scuola, che ormai sembra addirittura assecondare il primato del digitale, arretrando rispetto alle sue funzioni primarie: «La figura del maestro viene meno e con lui la relazione educativa», sentenzia l’Autrice. Il nuovo modello è l’universo digitale e la tecnologia – si sottolinea nel libro – non è più solo strumento. L’altro fronte è la famiglia, che lascia fare, lascia usare le tecnologie come nuova frontiera per il successo e l’affermazione di sé in una relazione. A farne le spese è anzitutto la lingua, non più concepita come «cemento di una comunità», ma anche la persona perché i social alla fine soddisfano il bisogno di autostima, di autorealizzazione, di sicurezza e di relazione con le conseguenze inevitabili dello stalking, del cyberbullismo, dell’analfabetismo emotivo. «È fallita oggi la comunicazione emotiva», chiosa la Gisotti Giorgino.


Non si tratta di posizionare Zuckerberg contro Gutenberg, cioè di riconoscere una contrapposizione epocale tra la parola relazionale (la scrittura, la lettura e quindi la letteratura, l’arte, la fantasia) e la parola digitale e perennemente connessa, quanto piuttosto di educare in maniera permanente all’uso degli strumenti informatici. Nessuna nostalgia per il passato pretecnologico, ma – questo l’obiettivo del libro – «riflettere sugli effetti collaterali che questo straordinario sviluppo può indurre nei più assidui consumatori, cioè le giovani generazioni». I social non sono demonizzati, ma sicuramente non sono esaltati; osannato è invece il modello pedagogico per così dire tradizionale, quello che educa alla lettura perché «non si può scrivere bene se non si legge» e che quindi rilancia esercizi definiti desueti: il dettato, l’analisi grammaticale, il riassunto. Tutte forme per resistere alla seduzione dell’informatica e imporre il primato della lingua, peraltro minacciata da eccessivi anglicismi. Di più: l’Autrice si dichiara apertamente contraria ai corsi universitari interamente in inglese, perché distingue la lingua della relazione da quella del lavoro. Auspica poi forme definite di corresponsabilità educativa tra scuola e famiglia e una formazione digitale riservata ai docenti.
La parola è dunque concepita come condizione di crescita umana e, proprio per questo, i cambiamenti che la tecnologia digitale produce soprattutto sui giovani riguardano la responsabilità etica e normativa. Suggerimento finale: «La tecnologia rimanga solo uno strumento e non un sistema di vita. E oserei dire – precisa la Gisotti Giorgino – uno strumento che all’uopo possa essere finalizzato ad accrescere la conoscenza della parola». Insomma, un libro controcorrente.

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