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Lezioni di rock, lezioni di scrittura, di dizione, di doppiaggio, di termo- yoga, di trucco... persino di dolci con la glassa. Va tutto bene. Viviamo un’epoca da wikipedia-addicted e sembra che internet ci abbia fatto affezionare al nozionismo. Perfetto, ineccepibile, meraviglioso, se si lotta contro l’incultura dominante. Ma a quando la lezione per diventare un buon pubblico? In Puglia forse qualche corso sarebbe necessario.

Spostiamoci per un attimo con l’immaginazione nella platea del teatro Petruzzelli, poche sere fa. È la «prima» della Butterfly, diretta da Giuseppe Finzi, con la regia di Fabio Ceresa. L’opera si è appena conclusa, il dramma della morte di Cio Cio San scuote il palcoscenico, ma evidentemente non tutti coloro che siedono in teatro, tanto che la gente comincia ad alzarsi e a infilarsi il cappotto mentre gli artisti avanzano per i saluti. Non è una raffinatezza. Attoniti gli stessi artisti di fronte a tanto poco premuroso affetto: la brava soprano greca Alexia Voulgaridou, abituata al pubblico internazionale, sembrava guardare un po’ smarrita la frettolosità del pubblico barese, ben dotato di mises eleganti e poco dedito agli applausi, nonostante che l’opera sia davvero piaciuta.

E non solo. Pare che qualche giorno più tardi, in una replica, la partecipazione di un pubblico più eterogeneo sia stata a tratti «comica», quando, alla fine, qualcuno ha gridato «Dai, filibustiere!» al protagonista Pinkerton, che come si sa, nella trama «impalma» la giovanissima giapponese e poi fugge sposandosi in America con u n’altra donna. Qui, un eccesso di partecipazione. Lì, qualche giorno prima, un saluto troppo veloce.

Eh sì, fare il pubblico non è un mestiere facile. Ma si può provare con un po’ di educazione: almeno evitando - come accade di continuo - l’uso indomito di cellulari durante le rappresentazioni. Persino il recente spettacolo di Antonio Albanese, leggero, leggerissimo, è stato al centro di continui richiami da parte degli addetti del teatro (muniti di auricolari come se si trattasse di un’azione terroristica) per fermare chi fotografa, chatta, pubblica su Facebook nel bel mezzo della recitazione. Davvero serve un corso per diventare un Buon Pubblico Pugliese, altro che Bravo Presentatore di «frassichiana» memoria.

Altro esempio sempre a Bari, nello scorso weekend, al teatro Kismet. È in scena La Grande Magia di Eduardo rivista nell’adattamento della Compagnia Le Nuvole: ad una persona squilla il telefono e questa si premura anche di rispondere, poi alzandosi per continuare la conversazione e per «sorpassare » i diritti dei suoi vicini. Abituati come siamo a questi squilli di cellulari mai spenti, mai messi - almeno - in modalità «silenziosa», sappiamo anche restare seri quando un trillo interrompe la cerimonia mesta di un funerale. Anzi, se la suoneria ci canta Per Elisa, ben venga quando il nome della defunta è proprio Elisa. Ringraziamenti vivissimi.

l pubblico. Fare il bravo pubblico, tacere e lasciarsi immergere in ciò che si svolge davanti ai propri occhi. Non siamo più capaci di concentrarci, un’azio - ne alla volta non ci basta e preferiamo farne tre, quattro insieme, anche tutte male, purché si sia multitasking, come i nostri smartphone. Un tempo si diceva in teatro che il pubblico e una «vecchia» e che quindi va lasciata borbottare. Oggi il brontolìo è quel mare di azioni e movimenti che ci contraddistingue: un tempo si andava a teatro con ventaglio e binocolo; oggi basta il tablet. Ma la voglia di appassionarci e di abbandonarci, dov’è?

Pessimisticamente, Carmelo Bene, già tanti anni fa diceva che «ormai il pubblico a teatro applaude soltanto per pietà, nella giusta convinzione che, con un po' di prove, quelli in platea farebbero meglio di quelli in scena». Ora non sappiamo il pubblico «inelegante nei modi» lo faccia per senso di superiorità rispetto agli attori o per spiccata inferiorità rispetto al bon ton, ma per una volta, chiediamolo: nasca un corso per riadattarci all’ascolto. E non solo a teatro.

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