Sosteneva l’economista ungherese Peter Thomas Bauer (1915-2002) che i poveri dei Paesi ricchi finanziano i ricchi dei Paesi poveri. Lo studioso magiaro, un agnostico poi apprezzato anche dalla Chiesa Cattolica, fu il primo a denunciare l’insuf ficienza dell’assistenzialismo internazionale verso il Terzo Mondo e i traffici opachi che si nascondono dietro lo scudo concettuale della solidarietà. È la cultura dello scambio, non la cultura della sussistenza, la via da seguire - ripeteva Bauer - per risolvere il problema del sottosviluppo. Chissà cosa direbbe oggi Bauer di fronte alle «imprese» della Cupola del malaffare capitolino, che ha trasformato la «solidarietà» in un business più redditizio del commercio di droga. Direbbe - probabilmente - che la realtà ha superato la fiction e che di questo passo la «solidarietà» rischia di trasformarsi in autentica «anti-solidarietà», in un caso perverso, anche se non del tutto inatteso, di eterogenesi dei fini.
Ogni governo, quando s’insedia, fa professione di «solidarietà». Qualunque decisione viene presa nel segno della «solidarietà », qualunque salasso fiscale viene giustificato in nome della «solidarietà». Certo, desta qualche perplessità l’obbligo di fare «solidarietà», attività che, lo lascia intendere la parola stessa, dovrebbe dipendere dalla volontà del singolo, non dall’imposizione di chi comanda. Ma, tant’è. Anche le incredibili patrimoniali sugli immobili che i contribuenti pagheranno entro il 16 dicembre sono state precedute da articolesse sul dovere morale della «solidarietà », salvo poi prendere atto - accade da sempre - che, nonostante il boom continuo dei prelievi «solidali», la povertà aumenta, il debito pubblico vola e l’occupazione diminuisce.
Se i soldi sottratti alle imprese e ai cittadini fossero serviti davvero a combattere l’indigenza, probabilmente il sottosviluppo non sarebbe più un incubo e la stessa questione meridionale sarebbe materia esclusiva per storici e romanzieri. Invece, non solo i poveri crescono di numero, ma anche il cosiddetto ceto medio entra nell’ascensore sociale soltanto per scendere. Bisogna avere il coraggio di dire che la «solidarietà» non può giustificare qualunque scelta apparentemente «benefica», perché spesso dietro interventi assistenziali si mimetizzano marpioni alla Carminati, Buzzi e compagnia bella, ossia la Razza Predona della spesa pubblica. Bisogna anche avere il coraggio di manifestare dubbi sul concetto astratto di «solidarietà », visto che sovente sfocia in operazioni concrete costose e malandrine.
Cosa è, nelle intenzioni dei «generosi», la «solidarietà»? È un aiuto che lo Stato destina ai più deboli grazie alle tasse pagate dai contribuenti. Ragionando ragionando, di crisi in crisi, il massimo della «solidarietà» sarebbe una società in cui tutti gli individui fossero a carico dello Stato. Ma potrebbe mai resistere, nella competizione planetaria, una nazione così strutturata? Pochi riflettono sul fatto che il massimo della solidarietà (senza le virgolette) potrebbe essere, al contrario, quella felice condizione in cui tutti i cittadini siano in grado di trovare un lavoro e farsi strada, autonomamente, senza l’aiutino da parte dello Stato, cioè del ceto politico-burocratico. Quella sì che sarebbe autentica solidarietà, con nessuno che dipenda da elargizioni pubbliche. Ma, anziché, favorire l’approdo verso questi lidi davvero solidali, l’Italia, ma non solo lei, sembra orientata a premiare i finti produttori di «solidarietà» (apparati burocratici bravi a intercettare incentivi pubblici) e a punire i veri creatori di solidarietà (imprese in grado di auto finanziarsi).
Che cos’è l’Irap se non una megamulta ai danni di chi assume, cioè fa vera solidarietà? Che cos’è lo stillicidio tassaiòlo sugli immobili e sui risparmi se non un piccolo o grande esproprio di quanto ciascuno è riuscito a mettere da parte per assicurarsi un futuro meno incerto? Logico che, tassando tassando, i risparmi e gli investimenti (la solidarietà vera) si riducano e la disoccupazione aumenti. Occupazione significa produrre un reddito, non percepire un reddito. Ma se lo Stato si diletta indirizzando i risparmi di imprese e famiglie verso finalità improduttive, cioè verso la falsa solidarietà, anche lo spirito più anti-liberista sarà indotto a pensare che, così facendo, si distrugge ricchezza e si pregiudica il domani dei figli.
Diceva il grande Enzo Ferrari (1898-1988) che gli italiani perdonano tutto tranne il successo. Eppure solo il successo può creare vera solidarietà. Come dimostrano le storie dei colleghi dell’Inge gnere che negli anni Cinquanta e Sessanta hanno fatto dell’Italia la Ferrari delle economie occidentali. Macché. Sul successo si picchia duro, manco fosse la reincarnazione del demonio. Vivecersa, si esaltano i fallimenti, spesso neutralizzati e finanziati a spese dell’incolpevole contribuente. Del lusso meglio non parlare. Viene contrastato più del virus Ebola. Si dimentica che chi, potendolo fare, vive nel lusso, sta facendo «oggettivamente » solidarietà: si libera di quattrini per distribuirli, di fatto, a tutti coloro, dipendenti diretti e indiretti, che vivono grazie alla sua munificenza, ai suoi regali, al suo tenore di vita. Prevale, invece, nel senso comune, il principio di solidarietà pubblica imposta dal Principe.
Con gli esiti che conosciamo. Nessuno controlla sulla destinazione del denaro (anche perché non sarebbe facile). Nessuno dice no ai programmi assistenziali per paura di passare per anti-solidale. Nel frattempo, il partito trasversale dei Carminati e dei Buzzi ingrassa come un maiale, e si fa bello sotto l’ombrello della solidarietà, mentre i poveri restano sempre più poveri, e la nuova classe dei predatori di Stato scala le vette della ricchezza. La solidarietà di Stato fa bene solo a quest’ultimi.
















