Diradatasi la controversia su come hanno votato i mafiosi (se più «no» o più «sì»: che desolazione!), vi è spazio per tentare una prima analisi sullo stato della politica al Sud all’indomani del referendum sulla giustizia. In questa parte d’Italia, come è ormai noto, il «no» ha trionfato e proprio quest’esito ha indirizzato con decisione la consultazione. Nelle regioni meridionali, isole comprese, il «no» ha superato il 60%, con un vantaggio di oltre 1,6 milioni di voti pari a circa l’80% del margine nazionale. E in Campania si sono registrati valori superiori anche a quelli delle storiche regioni rosse (65,23%).
Prima di emettere sentenze definitive, però, meglio disporre in fila alcuni elementi che il referendum ci ha consegnato, perché il quadro si presenta ricco di aporie e contraddizioni. Stando al pregiudizio classico sui meridionali - all’immagine che ci consegnano gli studi di Gianfranco Miglio, per capirci - il comportamento tenuto degli elettori spiazza non poco. La società del Sud, infatti, c’è stata rappresentata infettata da un inestinguibile riflesso di sovversivismo antistatale, diffidente se non ostile verso un astratto stato di diritto in favore di reti informali fondate su concretissime conoscenze e rapporti personali. È questo il nocciolo duro di quella che è stata denominata «democrazia calda».
Quale occasione migliore, dunque, per dar libero sfogo a questi sentimenti ancestrali che una consultazione dalla vulgata rappresentata «contro i giudici»? Il fatto che ciò non sia avvenuto può significare due cose, che non si elidono per forza. O qualcosa al Sud su questo piano sta cambiando e i «gattopardi» incominciano a non sentirsi più «il sale della terra»; oppure la volontà di sanzionare il governo è stata più forte del riflesso atavico.
Qui si pone un secondo dilemma. I meridionali, nella storia del Paese, hanno sempre privilegiato posizioni filogovernative. I potenti di turno, per molti di loro, sono stati il viatico per giungere al «particulare». Da quando, però, nel 2013, vi è stata la «marea gialla» a favore del Movimento 5 Stelle qualcosa è cambiato. Il governo nazionale di turno sembra essersi trasformato nel nemico d’abbattere. E poco conta che il Mezzogiorno stia crescendo più del resto del Paese; che abbia raggiunto un tasso di occupazione mai così elevato; che si trovi in una posizione geopolitica favorevole, al centro di importanti programmi di sviluppo (Piano Mattei). I meridionali non sembrano convinti di queste opportunità. I giovani, in particolare, non ci credono. E ora che il Pnrr volge al termine, il finanziamento della Zes progressivamente diminuirà, la guerra sta già alterando i fondamentali economici, al Sud s’inizia ad avere di nuovo paura del futuro.
Il discorso, a questo punto, investe la qualità delle classi dirigenti. Quella che fa riferimento alla maggioranza non è stata in grado d’approfittare della finestra di opportunità apertasi per i loro territori, anche grazie alle politiche messe in campo dal governo. Si potrebbe persino affermare che - al netto di qualche eccezione - una classe dirigente di centrodestra nel Mezzogiorno non esiste. Il dato è speculare rispetto a ciò che accade sull’altro versante. Nel centrosinistra, infatti, a livello nazionale si scorge assai poco all’orizzonte ma nel Sud invece non manca chi presidia con consapevolezza i territori e, in alcuni casi, va considerato anche migliore di quanto la generazione precedente ha saputo esprimere. Si pensi, solo per fare qualche esempio, al comune di Napoli o alla Regione Puglia. Questa discrasia non sarà stata decisiva, ma comunque ha pesato sul risultato referendario. E assai probabilmente peserà anche sulle prossime elezioni politiche, anche al di là del sistema elettorale col quale si andrà al voto.















