Giovedì 02 Aprile 2026 | 16:04

Sunniti e Sciiti, le differenze e l'origine dell'antica «frattura»

Sunniti e Sciiti, le differenze e l'origine dell'antica «frattura»

Sunniti e Sciiti, le differenze e l'origine dell'antica «frattura»

 
Leo Lestingi

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Leo Lestingi

Sunniti e Sciiti, le differenze e l'origine dell'antica «frattura»

Giovedì 02 Aprile 2026, 14:15

15:40

La «questione» Iran e le tensioni politiche e militari in Medio Oriente sono al centro da tempo dell’attenzione degli attori internazionali e comunque dell’opinione pubblica di molti Paesi. Quelle tensioni sono, comunque, lette e semplificate spesso attraverso l’opposizione fra l’Arabia Saudita sunnita e l’Iran sciita; eppure, lo scisma che polarizza l’Islam ha origini ben più lontane nel tempo rispetto ai confronti recenti.

Sunniti e sciiti costituiscono oggi, rispettivamente, l’86% e il 15% del mondo islamico. Qual è la differenza di fondo che li separa? Prima di parlare delle differenze, è bene premettere che sono tutti musulmani: sunniti e sciiti osservano i 5 pilastri della normativa coranica, credono nel Corano come definitiva rivelazione di Dio all’umanità e in Muhammad come suo ultimo profeta, pregano 5 volte al giorno, digiunano nel mese di Ramadan, fanno l’elemosina e vanno in pellegrinaggio alla Mecca almeno una volta nella vita.

Essi hanno, però, una diversa concezione dell’autorità religiosa: per gli sciiti questa autorità, alla morte di Muhammad, si è trasmessa al cugino e genero ‘Alì e in successione alla sua famiglia. Per i sunniti, invece, l’autorità è rimasta nel Corano e nell’esempio del Profeta e dei suoi primi compagni (la Sunna, cioè la tradizione, che racchiude i cosiddetti «detti e fatti» di Muhammad), interpretati dalla comunità e dai suoi esperti religiosi.

Da un punto di vista teologico, gli sciiti sostengono, perciò, che la rivelazione coranica si compone di un senso esteriore, letterale, e di un nucleo interiore e spirituale, e che quest’ultimo è insegnato da ‘Alì e dai suoi discendenti, gli Imam: se si vuole comprendere il Corano fino in fondo, bisogna passare dalle loro persone. Per i sunniti, invece, «la mano di Dio è con la comunità»: Muhammad resta il testimone originario della rivelazione e il credente accede direttamente al testo sacro attraverso l’imitazione del suo comportamento, nella catena delle generazioni. Dunque, è tutta una questione religiosa? No, almeno non nel senso che diamo oggi alla parola «religione» in Occidente. Nella comunità islamica delle origini, autorità religiosa e politica si confondevano: per questo la divergenza ha avuto un’immediata implicazione politica. Per gli sciiti, Muhammad avrebbe designato ‘Alì come suo successore (califfo) alla guida della comunità, mentre per i sunniti il Profeta non avrebbe dato alcuna disposizione specifica e i suoi compagni avrebbero liberamente scelto un capo perla comunità, con funzioni puramente «amministrative»: prima Abû Bakr, poi ‘Umar, quindi ‘Uthmân. Gli sciiti, invece, rappresentano politicamente il «partito di ‘Alì» (questo è il significato del termine arabo «shî’a»).

Una lettura predominante fra gli studiosi occidentali si spinge oltre, sostenendo che la divergenza fra sunniti e sciiti sia nata come puramente politica, e solo dopo sia stata caricata di un colore teologico. Cioè: prima i musulmani avrebbero disputato su chi dovesse succedere a Muhammad, poi il partito di ‘Alì, essendo stato sconfitto sul campo, avrebbe cercato una rivincita teologica, accrescendo sempre di più l’importanza spirituale degli Imam.

Ma come sono ripartite geograficamente queste due comunità? Gli sciiti si concentrano nelle aree centrali del mondo islamico, e soprattutto in Iran, dove lo sciismo è religione di Stato dal XVI secolo; i sunniti, invece, predominano largamente in Arabia, nel Nord Africa, nell’Africa subsahriana, in Egitto, Turchia, in Asia centrale e nell’Estremo Oriente. Ci sono stati nella storia dei tentativi di riavvicinamento fra i due gruppi, dopo l’inizio della dinastia ommayade (che durò fino al 750) e durante la dinastia abbasside (750-1258); e anche nel Novecento, con il cosiddetto «Messaggio di Ammann» del 2004. Per ciò riguarda la legge religiosa, gli sciiti potrebbero essere considerati come un’ulteriore «scuola giuridica», accanto alle quattro già ammesse nel sunnismo; ma a livello teologico, le differenze sono maggiori e la divisione permane.

Ma chi è oggi l’imam degli sciiti? La maggior parte di essi riconosce una catena di 12 imam:, ma l’ultimo di essi, però, a causa della crescente ostilità dei califfi abbassidi, si sarebbe nascosto nel 874 e sarebbe entrato in «Occultamento»: tornerà alla fine dei tempi per riportare la giustizia sulla terra. La corrente maggioritaria, però, ha gradualmente trasferito le prerogative degli imam sugli esperti di scienze religiose, creando, così, un clero con una sua gerarchia: un processo che è durato più di un millennio e di cui si può vedere l’esito ultimo nella figura di Khomeini e dei suoi successori. Per lui tutta l’autorità dell’imam passa agli esperti di Legge religiosa e praticamente alla persona della Guida Suprema. Ed è la wilâyat al-faqîh, fondamento dottrinale dell’Iran attuale, che, però, è contestato non solo dagli oppositori laici, ma anche da una parte del clero sciita, come ad esempio l’ayatollah iracheno Alì al-Sistani.

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