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La compagnia che marcia verso il Quirinale. Come in un libro di Tolkien

Si discute di Palazzo Chigi ma si pensa  al Quirinale

C’è un che di tolkeniano nella curiosa compagnia che marcia compatta verso il Quirinale. La compongono Matteo Renzi, leader di Italia viva, Matteo Salvini, segretario della Lega, e - per interposto Antonio Tajani - Silvio Berlusconi, fondatore di Forza Italia. I sempre bene informati suggeriscono che il Gandalf della situazione, cioè lo stregone che tira i fili e cementa i rapporti, sia quel Denis Verdini che rispunta ogni volta che una strana alleanza entra in scena.

Sia come sia, quei tre hanno tante cose in comune, declinabili anche concretamente. La volontà di riformare la Giustizia nel senso indicato dai sei famosi quesiti referendari, innanzitutto. La Lega è proponente, Forza Italia segue con entusiasmo e Italia viva si è convinta a sostenerli per amor di garantismo. Stesso copione per il reddito di cittadinanza, che Giuseppe Conte sta provando a proteggere dagli attacchi concatenati dei tre leader barattandolo con un temperato via libera alla riforma Cartabia. Intanto, però, il trio spara a palle quadre evocando lo stralcio della riforma pentastellata e costringendo oltretutto il Pd a schiacciarsi sul Movimento.

Terzo punto, infine, il ddl Zan su cui Salvini, Berlusconi e Renzi confluiscono in nome di una mediazione che ne depotenzi gli aspetti più divisivi, salvaguardando solo la parte dell’inasprimento delle pene. 

Tre provvedimenti, tre convergenze, tre strette di mano. Ognuno di questi passaggi produce sempre lo stesso effetto: spacca la maggioranza di governo in due con Lega con FI e Iv da un lato, Pd, M5S e Leu dall’altro. La triplice alleanza contro la triplice intesa. Non è un mistero che questi due fronti sono esattamente quelli che si giocheranno la futura partita del Quirinale. Partita che Salvini, Renzi e Berlusconi amerebbero mettere in cassaforte a scapito del Partito democratico.

Fin qui, un retroscena che quasi non è più tale, svelandosi in tutta la sua chiarezza ogni giorno di più. C’è una domanda, però, che la faccenda si porta dietro: che fine fa il centrodestra? È evidente che la triplice alleanza abbia come scopo ancillare anche quello di isolare e «contenere» Giorgia Meloni, in crescita esponenziale nei sondaggi. Per Lega e Forza Italia coinvolgerla nelle scelte quirinalizie vorrebbe dire da un lato doverne riconoscere il peso elettorale, dall’altro sbilanciare la coalizione in senso ancora più marcatamente sovranista, con annessa fuga dei renziani, a quel punto obbligati alla ritirata immediata. Ecco quindi un’intesa alternativa che fa prendere al blocco due piccioni con una fava, lasciandolo in partita ma senza l’alleato più ingombrante.

Così, però, resta incerto il futuro, perché la partita delle riforme e la sfida per il Colle sono la «terra di mezzo», una sorta di limbo fra l’oggi e il voto. Prima o poi le riforme andranno in porto, qualcuno diventerà presidente della Repubblica e sul governo Draghi calerà il sipario. Senza giri di parole, bisognerà andare a votare e qui tutta l’abilità tattica del mondo sarà destinata a morire nel deserto della non autosufficienza. Lega e Forza Italia senza la Meloni non vanno da nessuna parte, anche se dovessero portare l’alleanza con Renzi a un livello superiore (cosa improbabile, sono compagni di strada, non di vita). Non solo, ma una conferma della coalizione imporrebbe, da regola interna, l’incoronazione della Meloni a leader del centrodestra, opzione che Berlusconi e Salvini non sembrano disposti a condividere. Fratelli d’Italia, da parte sua, ha il medesimo problema: nonostante i sondaggi ruggenti, l’isolamento condannerebbe i meloniani a una opposizione a vita. Prospettiva comoda, per certi versi, ma non proprio entusiasmante.

C’è anche la possibilità che Carroccio e azzurri si siano convinti che la vie della federazione e del governismo ragionevole, magari vidimato dai capoccioni europei, permettano loro di conservare il primato in coalizione, cosa che consentirebbe di richiamare la Meloni in sala per farla accomodare non sul trono, ma su una sedia qualsiasi. Difficile però che tale eventualità si realizzi. Cioè che piace alla Merkel e a Bruxelles quasi mai trova riscontro nelle urne.

Ormai, per vincere in un’epoca volatile come questa, non servono le benedizioni internazionali né, ahinoi, sono indispensabili i fatti. Serve quella che si chiama - con termine odiosissimo - «narrazione», una sorta di presa immateriale che spinga le masse ad alzarsi dal divano per correre a mettere la X su quel simbolo. È il famoso quid alla cui croce Berlusconi inchiodò il povero Angelino Alfano. Ecco, forse Alfano non ce l’aveva davvero. Ma oggi non ce l’hanno nemmeno Berlusconi e Salvini né tantomeno Renzi che, pur avendo portato Draghi a Palazzo Chigi, resta bloccato al 2%. Un po’ come la storia della farfalla che, una volta toccata (leggi referendum 2016), non vola più. Ora come ora chi vola è solo la Meloni. Tenerla fuori dalla compagnia sarà dura.

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