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Tanti teatri silenziosi un’offesa agli antenati

Ed eccolo il Teatro rinato, perché gli Altamurani discendenti non siano costretti a girovagare in altre città per andare a teatro

Tanti teatri silenziosi un’offesa agli antenati

Si racconta che Napoleone, al colmo d’un chiacchiericcio salottiero in cui un cicisbeo, petulava, vantandosene, d’esser discendente di questo o di quello e di quell’altra, abbia motteggiato, sornione: «Signore, io non sono postero di nessuno, io sono un antenato».

Ecco, lo splendido parvenu après la Revolution, azzerare privilegi e arroganze dei discendenti in un’interpretazione originale dell’Esprit de la Revolution. Il nostro è Napoleone il grande, «Primo», e non il petit, il minuscolo, come Victor Hugo soprannomina il «Terzo», che manomise i destini italici, prima di perdere i denti a Sedan contro i Prussiani (vedasi il popolare gioco di parole: «Napoleon cedant Sedan cedait ses dents»).

Mi torna in mente la battuta dell’imperatore, ricordando di aver letto, qualche anno fa, sulle mura del restaurato Teatro Mercadante di Altamura ciò che gli antenati fondatori avevano scritto: «Nel porre le basi di questo edificio arrise agli Altamurani la speranza che, col volgere degli anni, i posteri avrebbero sacra cura e geloso rispetto di questo monumento».

Ecco: antenati e posteri. Gli uni, prudentemente, si limitarono a sperare e non millantarono certezze: sembra che conoscessero bene il «volgere degli anni» e la debilitata volontà dei discendenti, dei posteri, appunto, i quali non si curano di adempiere i voti dei padri, tirano via sul rispetto geloso e disattendono le speranze avite. Se ne fregano, detto nel linguaggio da posteri.

Ed eccolo il Teatro rinato, perché gli Altamurani discendenti non siano costretti a girovagare in altre città per andare a teatro. Gli avi furono solerti, appassionati e decisi: in pochi mesi sottoscrissero, ottennero un pezzetto di suolo patrio, edificarono, sparsero la voce, invitarono le voci e si godettero canto, spettacoli e musica. A onore e gloria di Saverio Mercadante, notabile compositore altamurano, antenato di vaglia. Quello, sì. Correva l’anno 1895.

Poco prima, era stato costruito e inaugurato il Teatro Piccinni di Bari. Fu chiamato col nome del compositore barese perché, per fortuna, la regina di Borbone, una tedesca Maria Teresa, non volle essere antenata, ma si curò solo dell’albagia per essere postera degli Asburgo. Come recita in epigrafe la scritta dedicata alle «generazioni avvenire», la prima pietra fu «gittata» addì 18 di ottobre del 1840. Noi, una delle «generazioni avvenire» abbiamo l’obbligo di mantenere, custodire, tramandare questo bene pubblico che fu concepito e deve restare teatro!

Anche i saggi antenati baresi confidarono nella prudenza e saggezza dei posteri perché il teatro fosse conservato e, soprattutto usato. Al tempo i teatri si inauguravano per farli cantare, suonare e recitare subito dopo.
L’inerzia del sipario chiuso è pigrizia degli amministratori e mancanza di inventiva, progettualità, visione intelligente della realtà. E cultura. Quella che insegna che un teatro è una creatura vivente: se non lo si usa per quello che serve, naturalmente, muore.

Lo sanno bene i Baresi che hanno dovuto penare così tanto anche per il loro Petruzzelli. Ma, almeno, il politeama, appena inaugurato con San Nicola benedicente per affettuosa volontà di Emiliano sindaco, cominciò a recitare, cantare, suonare e applaudire. Ma lo sanno bene anche i Biscegliesi e i Bitontini. Questi posteri più accaniti, fortunati e, forse, meglio amministrati, il loro teatro lo hanno riaperto da tempo. E pensare, ironia della vita vissuta, più che della sorte, che uno si chiamava Garibaldi e l’altro Umberto I (oggi, più giustamente Traetta) a dimostrare che l’altezza dell’arte sta lì a testimoniare che la vicenda degli antenati che hanno camminato prima di noi nel vento della storia è nel racconto lungo ed emozionante della vita di tutti.

Intanto, a Bari, un altro teatro è stato inaugurato, il bel Kursaal Santalucia. Gli antenati, quasi un secolo fa, lo vollero magnifico come lo possiamo, finalmente rivedere dopo il miracoloso restauro firmato da Paolo Portoghesi.
Certi posteri farabutti e imbecilli hanno oltraggiato l’opera per la quale altri posteri si sono spesi con passione, perché, questo, gli antenati avrebbero voluto, e hanno chiesto nella tessitura paziente della storia tramandata. Certi posteri scemi hanno oltraggiato, deturpandoli, i muri del Kursaal, appena restaurati, per asseverare la propria incapacità di interpretare la storia maiuscola, quella solida forza della memoria che serve a pacificare antenati e posteri e alla fraternità diacronica tra chi ha abitato questo mondo prima di noi e quelli che lo abitano oggi e, tra questi, i volenterosi che lo vogliono tramandare con amore. Questi hanno già provveduto a cancellare l’oltraggio spray perpetrato dai posteri scemi.

E, in questo orizzonte della volontà collettiva, si deve rispondere ai teppisti imbecilli e alla violenza della «movida», riaprendoli i teatri, ma, anche facendoli funzionare. Non inaugurandoli e, poi, richiudendoli, in attesa di chi sa quale epoca d’oro dopo la pandemia. Sembra una replica della vicenda del Teatro Piccinni.

Ricordo che il Sindaco Decaro nel novembre del 2018 disse: «Stiamo seguendo questo cantiere passo dopo passo e ad ogni avanzamento ci proiettiamo al contempo nel futuro prossimo, quando le porte del Teatro si riapriranno, e nel passato perché in questo luogo ogni dettaglio porta in sé le tracce della storia della nostra città». Parole sante. Il futuro prossimo è arrivato: aspettiamo la fondazione di un Teatro Nazionale della Puglia.

Troppo spesso i posteri, incapaci di «ardue sentenze», vivacchiano asfissiati dalle strutture burocratiche in combutta con realtà semi dilettantesche in cui certi discendenti sono specialisti, dimentichi delle ansie di questa terra, dei suoi sogni e bisogni, delle sue risorse culturali. Chi scrive è tra i posteri illusi. Illuso sulla serietà dei proponimenti, sull’autentica volontà di rinnovamento e dalle promesse incassate, benché non sollecitate.

Gli amministratori riprendano la propria autonomia e pensino ad aprire i sipari con «sacra cura e geloso rispetto», come speravano i fondatori altamurani. Solo così saremo antenati. Il più tardi possibile.

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