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Il messaggio dell’Europa normalizzata da Mario

Mario Draghi il normalizzatore, il domatore dei sovranisti, il mediatore globale, l’avversario di Pechino

Mario Draghi

I due Mario della tecnocrazia italiana, Monti e Draghi, sono lo zenit e il nadir della reazione politica. La parabola del primo, nella sua non lunga esperienza alla guida del Paese, ha avuto come effetto principale quello di risvegliare le coscienze anti-europee ed anti-tecnocratiche del Paese. Forze che sembravano sopite, acquietate da vent’anni (narcotizzanti) di Seconda Repubblica ed euforia globale, hanno ripreso fiato e, col tempo, anche corpo in nome della crociata contro tutti i loden della tecnocrazia.
Al contrario, l’irruzione sulla scena del secondo Mario ha avuto un effetto completamente diverso. Non benzina, ma acqua sul fuoco. Complice una certa evoluzione già maturata dai partiti, i grandi oppositori dello status quo si sono squagliati: il M5S ha completato la propria svolta europeista e progressista, mentre la Lega, entrata nell’esecutivo Draghi per condizionarlo, ne è stata fatalmente condizionata (era ovvio...) e ora apparecchia svolte moderate che farebbero addormentare un democristiano della vecchia scuola.
Fuori dal perimetro è rimasta Giorgia Meloni il cui profilo, però, più che lepenista, appare quello di un conservatorismo un po’ arrabbiato. 

Alla fine della giostra, il più grande avversario di Draghi, almeno in questa fase, resta l’ex premier Giuseppe Conte, non precisamente un barricadero. Nonostante il volar via di cravatte e pochette il profilo dell’avvocato di Volturara Appula rimane quello di un quieto ragionatore. Uno scontro fra i due assomiglierebbe più a una partita di bridge per placide signore che a un match di boxe per ultras scatenati. In più, le velleità contiane sembrano stoppate, in questa fase, dalla sentenza inappellabile di Luigi Di Maio: «Se vai contro Draghi, cali nei sondaggi. Lascia perdere».

Mario il normalizzatore, dunque. In una fase in cui, a dirla tutta, si è normalizzata anche l’Europa. Merito della maggioranza Ursula, certo, ma anche dell’incapacità dello sgangherato fronte sovranista di ritrovarsi intorno a una linea comune. Dispersi tra (finti) popolari, nazionalisti e conservatori nonché oscillanti, in tema sanitario, tra negazionismo oltranzista e allineamento critico, i radicali di destra si sono praticamente liquefatti complice, appunto, la fine dell’incendio italiano. Proprio il Belpaese, tra governi gialloverdi e giallorossi, aveva offerto le più inaspettata delle variazioni sul tema. In politica interna, certo, ma soprattutto in politica estera fra ammiccamenti alla Russia (sponda sovranista) e aperture al regime cinese (lato pentastellato nel doppio atto contiano). Sminando il campo italiano e dunque, di riflesso, anche quello continentale, Draghi ha così adempiuto al primo punto programmatico del suo premierato, come confermò ad Emma Bonino durante le consultazioni: ricostruire la centralità euro-atlantica. E non è un caso che il Financial Times lo abbia recentemente incoronato «mediatore globale» proprio in virtù della sua capacità di riallineare l’asse, partendo dall’orticello di casa per poi, in una sorta di effetto domino, risalire tutta la scala globale fino al vertice.

Come certificato dall’ultimo G7, il nuovo ordine si incardina sulla sfida al dragone cinese: un muro contro muro da Guerra Fredda, una sorta nuova Yalta - più soft ma non per questo meno insidiosa - che troverà un primo banco diplomatico di prova nel prossimo G20 dei ministri degli Esteri, attesi tra Bari e Matera. Un altro palcoscenico - da padrone di casa - per Mario il normalizzatore, il domatore dei sovranisti, il mediatore globale, l’avversario di Pechino. Nella considerazione però che l’ex premier Massimo D’Alema certamente scivola quando «promuove» il partito comunista cinese, ma forse non ha torto nel denunciare la «vecchiaia rancorosa» di un Occidente intento da mane a sera a scudisciare l’altro da sé (Russia, Cina, Iran, Turchia) senza però - aggiungiamo noi - offrire suggestioni che non siano quelle del politicamente corretto, delle quote di deficit o delle magre emozioni dello sviluppo sostenibile. Bruxelles e Washington hanno i propri campioni, senza dubbio. Ma sarebbe meglio avessero anche qualcosa da dire.

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